Il Monaco

#0046Esercizio in stile gotico

Il Monaco, di Matthew Gregory Lewis è un vero e proprio romanzo gotico. Scritto nel 1796, fu accolto dapprima con scandalizzato entusiamo, salvo poi essere dimenticato nel secolo successivo e, quindi, riscoperto ed esaltato nel '900. In esso sono presenti tutti i topos del romanzo gotico: castelli oscuri ed infestati, abbazie, fantasmi e spettri senza pace, incesto, violenza, stupri, orrori e presenze demoniache.
La storia ruota a ttorno ad Ambrosio famoso monaco di Barcellona fulgido esempio di rettitudine e fede che, tuttavia, non sarà schivo dall'aqbbandonarsi ai piaceri più estremi. Attorno a questa storia, che fa da perno all'intero romanzo, ruotano le altre vicende di Antonia, di sua madre Elvira, di Agnes, di uomini innamorati ed impavidi, di Matilda tutti con un compito ben preciso all'interno del tessuto narrativo.
Encomiabili le trovate dell'autore di inserire la vicenda della Monaca Sanguinante ed la fugace, ma incisiva, apparizione dell'ebreo errante.
Su questo aspetto lo stile narrativo di Lewis è brillante, scorrevole, avvincente e dinamico. I personaggi sono ben delineati. Tuttavia, capita che l'autore si abbandoni in qualche eccessiva banalità, ma può ben perdonarsi questo peccato alla luce della giovane età in cui ha coposto questo romanzo (21 anni).
Su tutto il romanzo troneggia la vendetta. Che a volte ha la mano dell'uomo. A volte quella di Dio ed altre volte quella dello stesso demonio.
Ambrogio è protagonista, vittima e carnefice, debole pur nella ostentata fortezza d'animo.
Il Monaco è un buon romanzo gotico. E deve essere letto tenendo ben presente questa appartenenza. Un romanzo ben scritto, che appassiona. Che si lascia leggere e che è davvero consigliato a chi vuole cimentarsi nella lettura di un romanzo gotico a tutti gli effetti.
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Valutazione: 4 libri
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Il Processo

#0043


Claustrofobico e Contorto, ma coinvolgente
Il Processo di Frank kafka è uno dei romanzi incompiuti dell'autore tedesco in cui si narra la storia surreale e grottesca di un impiegato di banca, Josef K. che viene arrestato e processato per un motivo che non è dato conoscere. Il romanzo è composto da 10 capitoli e malgrado l'incompiutezza dell'opera sono presenti il capitolo iniziale e quello finale.
Il personaggio principale è, come detto Josef K., che un giorno apprende di essere stato arrestato e che presto subirà un processo. Da qui iniziano a dipanarsi una serie di situazioni strane, surreali e grottesche che avvolgono piano piano K. sino a all'epilogo. Anima tali situazioni, la presenza costante di ambienti e personaggi del tutto in linea con lo stile del romanzo. Così l'aula di Tribunale, in un luogo inadatto e stranamente affolato di gente. Le cancellerie del Tribunale dentro le più recodnite soffitte. E poi ancora i giudici di cui tutti parlano e che nessuno conosce. La moglie dell'usciere. Il pittore. L'avvocato. Leni. Block. Tutti personaggi strani. Perfettamente calati nel contesto fantasioso e surreale della storia.
La giustizia, o l'idea che di giustizia si fa K., è forse la vera e propria protagonista della vicenda. Una giustizia ineffabile. Incontrastabile. Eterna ed immutabile. Eppure troppe volte, nel corso della storia, si ha come l'impressione che tale giustizia possa essere manipolata e aggirata a favore dell'imputato. Ma tutto, alla fine è vano, tutto si scioglie nella consapevolezza di K. che pur sapendo di essere innocente, accetta la condanna con spirito di rassegnazione.
Il racconto offre attimi di pura claustrofobia alternati a momenti più ariosi. Nel complesso è piuttosto controto. Tanti accenni, molte contraddizoni, tantissima filosofia appesantiscono certamente la lettura di questo classico, che tuttavia riesce a leggersi con notevole agilità. La incompiutezza del romanzo è appena rilevabile, non emerge prepotentemente ed anzi quella sottile aria di sospensione, di indefinitezza alla fine giovano ancor di più ad amplificare le ambientazioni surreali e, perchè no, grottsche dell'intero romanzo.
Ottima la traduzione di Primo Levi ma latrettanto piacevole e ben fatta la traduzione di Ervino Pocar, facente parte del "Meridiano" Mondadori dedicato ai Romanzi di Franz Kafka.
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Valutazione: 4 libri
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L'ombra del vento

# 0042



Intenso

"L'ombra del vento" è il primo romanzo dell'autore spagnolo Carlos Ruiz Zafon. La storia narra le vicende di Daniel un bimbo, all'inizio del romanzo, che trova un libro in un posto magico ma reale: il cimitero dei libri dimenticati. In un dedalo di corridoi, scaffali, stanze che si susseguono Daniel scorge un libro, che gli da la sensazione che lo stesse aspèettando da tempo, si tratta di "L'ombra del Vento" di un certo Julian Carax. Quella notte stessa Daniel legge, tutto d'un fiato il libro, rimanendone affascinato. Inizia così a cercare altri libri di carax, ma scopre con soprersa che tutti i libri di Julian Carax sono stati comprati o rubati, probabilmente dallo stesso individuo che sistematicamente li ha rubati, quasi a vole cancellare la stessa esistenza di Carax. Inizia così, per Daniel, la ricerca di notizie su Julian Carax. Per sapere chi fosse, dove è vissuto, la sua storia. Tutto si veste di una strana aria quasi irreale quando Daniel viene contattato da un uomo con il volto sfigurato dalle fiamme che si fa chiamare Lain Coubert, come il personaggio creato da Carax che, ne "L'ombra del vento" impersonava il Demonio. Daniel resta affascinato dalla storia e cercherà di risolvere il mistero della vita di Carax anche grazie all'aiuto di un simpaticissimo personaggio "Fermin Romeno de Torres" che diverrà il miglior amico di Daniel.
La storia narrata nel romanzo è veramente intensa. Penetrante. Che cattura pagina dopo pagina, che si arricchisce di persaggi nuovi e nuove sfumature.
La vita di Daniel si muove e sviluppa quasi parallelamente a quella di Julian. I turbamenti amorosi che agitano la mente adolescienziale di Daniel, le delusioni, le pulsioni sessuali è tutto raccontato con estrema dolcezza e toccante partecipazione. E si avverte, da subito, una grandiosa affinità con i personaggi.
I luoghi, probabilmente altro punto di forza del libro insieme alla storia tutta, sono descritti con una forza impressionante. Si percepisce la forma di ogni singola struttura che viene descrititta. Dalla strada, al tram. Dal Palazzo al ricovero per i reietti. Dal Cimitero alle botteghe. Tutto si dipana innanzi agli occhi di chi legge, sino al punto di avere la netta sensazione di passeggiare attraverso le vie di una misteirosa Barcellona.
I personaggi, si è detto, sono ben delineati nei loro tratti caratteriali ma anche nei loro tratti fisici. Non è affatto difficile immaginare i visi di Fermin, di Daniel, di Tomàs ed anche del perfido Ispettore Fumero.
Altro elemento da tenere in considerazione all'interno del romanzo è la figura della Donna. Donna è Clara, che suscita in Daniel le prime pulsioni sessuali e rappresenta la prima delusione del ragazzo che improvvisamente percepisce di stare diventando uomo.
Donna è Penelope, legata da un tragico e oscuro destino a Julian e che rappresenta la vita, la gioia, la chimera irraggiungibile della felicità.
Donna è anche Beatriz, colei che accompegnerà per mano Daniel sino al diventare Uomo. E lo farà con naturalezza, con dolcezza. Ma anche con determinazione. Divenendo, forse inconsapevolmente, il vero motore dell'epilogo della storia.
Lo stile narrativo è piacevole. Scorrevole. Umoristico a volte. Tuttavia, essendo un'opera prima, a tratti si mostra acerba.
Nel complesso è un romanzo da leggere. Che appena finito lascia una profonda malinconia e la voglia di rileggerlo il prima possibile.

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Valutazione: 4 libri
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Hitler

# 0037

Il nulla, lo zero e l'orrore
Romanzo. Realtà. Biografia. Storia. Fantasia. Religione. Occulto. Fantasy. Thriller. C'è tutto questo nel lavoro di Giuseppe Genna che, senza troppi giri di parole, è direttamente ispirato alla vita, opere e nefandezze di Adolf Hitler. Lo zero. La non persona. Colui che inizia in ogni istante della sua orribile esistenza. Colui che è lupo. Morte. Ma non uomo. E' vuoto come lo zero che vive dentro la sua anima. E' dispensatore di morte. Di dolore. Di vite che muoiono che si spengono. Principe della morte. Degli assisini. Signore incontrastato dei suicidi.
Non c'è nulla da dire sulla vita di questo personaggio che ha condizionato la storia moderna dell'Europa e non solo.
C'è, invece, un po' da dire sul romanzo scritto da Genna. Un romanzo che mischia elementi noti a tutti con elementi più insoliti, ricchi di significati, anche esoterici, che contribuiscono tutti a delineare la ignobile personalità del protagonista di questo teatro di morte che fu la seconda guerra mondiale.
Tuttavia lo stile dell'autore, seppur piacevole e leggibile, a volte suscita punte di estreemo fastidio quando assurge a "Virgilio" dantesco e pretende di prendere per mano il lettore per condurlo lungo gli infernali scenari che sta per raccontare.
E' comunque un libro che si legge rapidamente malghrado le sue 630 pagine circa. Ci sono pagine estremamente poetiche. Alcune epiche. Altre più noiose. La divisione in piccoli paragrafi ognuno dei quali collocato a livello spaziale e temporale, consente di creare una sorta di cronologia dei luoghi e degli eventi che funge poi da background a tutta la storia, entro la quale come ombra di ciò che non è, si muove l'orrore puro.
L'uomo allo specchio.
Da leggere. Fa riflettere. Non spiega nulla. Ma fa nascere domande. E' questo è tanto. Molto.
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Valutazione: 4 libri
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Velocity

#0036


Il "Mestiere" di scrivere
"Velocity" è un romanzo di Dean Koontz del 2006. L'autore ha all'attivo oltre 50 tra romanzi e racconti ed anche in questo particolare lavoro, si conferma autore capace e dalla penna oltremodo feconda.
La storia è quella di un tranquillo barista, dall'oscuro passato, che uuna sera trova sul tergiscristallo dell'auto un inquietane messaggio: entro sei ore, se non farai intervenire la polizia ucciderò un'adorabile insegnante, se la coinvolgerai ucciderò un'anziana filantropa. Forse uno scherzo, un tiro mancino di un cliente o di un collega, ma che pensare quando l'indomani i giornali danno la notizia di una giovane insegnante massacrata di botte?
Inizia così la storia raccontata da Koontz che in susseguirsi di colpi di scena ed ultimatum sempre più stringenti, culmina nel finale per certi versi prevedibile, ma ugualmente appassionante.
La storia, si diceva, è piacevole. Incalzante. Veloce e scorrevole malgrado le oltre 400 pagine. Pagine in cui trovano posto non solo la strana gara tra Billy e l'assassino, ma anche il passato di Billy, oscuro e misterioso ed intriso di sangue. Il presente di Billy e della sua donna, che giace in coma in un letto di una clinica alle prese con un dottore, che miscela in sè cinismo ed umanità, e che consiglia a Billy di staccare le macchine. Tra queste pagine trovano posto altri personaggi alcuni vuoti, altri più incisivi, ma ognuno capace di riempire lo spazio entro il quale si muovono.
E qui, certamente, l'abilità dello scrittore emerge su tutto, confezionando una storia che riesce ad incollare il lettore alle pagine, malgrado a tratti possa sembrare banbale e scontata. Ciò che colpisce, inoltre, è che Koontz è ben consapevole del suo "mestiere" e lo dimostra infarcendo il romanzo di citazioni, metafore piuttosto articolate, riflessioni ed artifici narrativi che tradiscono, piacevolmente, le sue indiscusse capacità.
I personaggi, almeno quelli principali, sono ben caratterizzati. Su tutti ovviamente spicca Billy che diviene protagonista, autore e motore di tutto ilo racconto. Come se l'intero romanzo fosse un soliloqui di questo personaggio capace di strasbordare dai confini di carta delle pagine del libro, sino ad arrivare nel mondo reale. E' infatti un personaggio sin troppo reale, Billy. Con le sue deb9olezze, le sue forze, le sue convinzioni. Il suo passato, il suo presente, ed il suo futuro. Un personaggio che, suo malgrado, si trova coinvolto in una storia assurda in cui le ali della morte lo sfiorano troppe volte da vicino per essere solo un caso.
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Valutazione: 4 libri
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Titolo Velocity
Autore Koontz Dean R.
Dati 2006, 435 p., rilegato
Traduttore Caminiti A.
Editore Sperling & Kupfer (collana Narrativa)













Constance contro tutti

#0032


Surreale e grottesco in stile Bradbury

Constance contro tutti è un romanzo del 2004 di Ray Bardbury, scrittore americano noto per lo stile grottesco e fantascientifico al tempo stesso ed famoso autore del libro cult Fahrenheit 451.
La storia è questa: Venice, California, agli inizi degli anni Sessanta. Constance, un'anziana attrice molto eccentrica, bussa alla porta di uno scrittore suo amico: è sconvolta perché qualcuno le ha fatto recapitare un elenco telefonico di Los Angeles del 1900 e la sua vecchia agenda. Due Libri dei Morti, carichi di ricordi, di passato e - appunto - di nomi di persone ormai scomparse. Ma perché li ha ricevuti? Chi li ha mandati? L'amico - alter ego dello scrittore - vuole aiutarla ed inizia così una grottesca indagine che lo porterà a rivivere tutto il mondo luccicante della Hollywood degli anni Venti e Trenta, a incontrare personaggi inventati e figure storiche realmente esistite, in un eccellente connubio di finzione, fantasia, realtà il tutto intriso dalla magica nostlagia che solo un buon film in bianco e nero riesce a suscitare.
Il racconto pur nel suo essere grottesco e, a volte, confusionario (volutamente) scorre via piacevolmente accompagnando per mano il lettore attraverso luoghi strani e improbabili in cui personaggi altrettanto strani si muovo con le delicatezza e l'effimero essere delle ombre cinesi su un telo. Sono come essenze, personaggi che mettono a nudo le loro anime e le loro debolezze che tremano di paura e sono capaci di amare, odiare e soffrire. Suono uomini, quindi, con le loro forze e le loro debolezze. Su tutti i personaggi meritano menzione "Il Matto" che è l'io narrante del racconto, nonché trasposizione dello stesso Bradbury nel racconto. Infatti un un divertente passo del romanzo parlando del Matto qualcuno lo definisce come quello che scrive di incendi di libri o di cronache di altri pianeti. Evidenti riferimenti a due dei romanzi di maggior successo di Bradbury, il già citato Fahrenheit 451 e Cronache Marziane.
Lettura consigliata di questo libro a metà strada tra un poliziesco di atmosfera, un thriller moderno e un romanzo di fantascienza con qualche spruzzatina di horror qua e là.
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Valutazione: 4 libri
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Altre info:
* Titolo: Constance contro tutti
* Autore: Bradbury Ray
* Traduttore: Lippi G.
* Editore: Mondadori
* Data di Pubblicazione: 2004
* Collana: Piccola biblioteca oscar
* ISBN: 8804526092
* ISBN-13: 9788804526094
* Pagine: 209
* Reparto: Narrativa straniera

Tre Uomini in Barca (per tacere del cane)

# 0021

Una gita lungo il Tamigi

Tre uomini in barca (per tacere del cane) è un romanzo del 1889 di Jerome Klapka Jerome in cui umorismo inglese, satira e riflessione morale si fondono insieme, dando vita ad una dei racconti più divertenti e gradevoli degli ultimi tempi.

La storia è quella di tre amici, J. (l’autore ed io narrante della storia), Gorge ed Harris e del piccolo Fox Terrier Montmorency, che decidono di darsi e prendersi una vacanza di 15 giorni per risalire il Tamigi su una barca. E’ questo il semplicissimo contesto da cui si diparte la storia ricca di spunti comici e di spaccati di vita che la rendono terribilmente attuale.

Lo stile narrativo utilizzato da Jerome è assolutamente brillante. Veloce e pungente “tradisce” in pieno l’origine giornalistica dell’autore. Un romanzo breve, circa 170 pagine, in cui si concentrano però tutte le debolezze e le caratterizzazioni dei personaggi al punto che ognuno di essi, risulta perfettamente distinto e tratteggiato anche nei più reconditi atteggiamenti psicologici. Anche il cane, Montmorency, gode di una caratterizzazione psicologica tutta sua che lo rende, a buon diritto, il quarto componente di questo improvvisato equipaggio.

Le descrizioni dei paesaggi sono minuziose ed attendibili al punto che, alcune parti del racconto, sembrano quasi delle vere e proprie pagine di una guida turistica. Le indicazioni marinaresche sono precise e non troppo tecniche, ne consegue che anche in tali contesti il racconto non perde affatto di interesse mantenendo immutato il ritmo narrativo che conduce, allegramente, attraverso le pagine.

E, quindi, un romanzo da leggere. Tutto di un fiato. Sorridendo delle debolezze dell’uomo e godendo, in pieno, della frescura che sale – avvolgendo il lettore – dalle pagine del libro e lungo gli argini del Tamigi.

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Valutazione: 4 libri
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Memoria

# 0018

Delicato

Due pagine di rara delicatezza, un modo di scrivere che, nell’età matura, verrà abbandonato dall’autore, per ricercare l’assoluto predominio delle immagini visionarie sulle considerazione puramente e meramente esteriorizzanti. In queste pochissime righe è condensata, tutta, la delicatissima essenza che si respira in “Memoria”, racconto di H. P. Lovecraft del 1919. Scritto da un Lovecraft poco meno che trentenne, il racconto – pur nella sua estrema brevità – narra una storia ben precisa. La storia di un mondo sospeso. In una dimensione che c’è e non esiste allo stesso. Un mondo popolato da demoni, geni, illuminato da una luna maligna, i cui raggi però non riescono a penetrare laddove “si aggirano figure che è meglio non guardare e non incontrare mai”.

La narrazione continua in maniera minuziosa ma per nulla noiosa. Lovecraft riesce, nella forsennata ricerca delle parole più giuste e più d’effetto a creare una sensazione dinamica, come se la scena descritta, improvvisamente, prendesse corpo e figura e, come film, si dipanasse innanzi al lettore. Che abile “regista”, quindi, che è il solitario di Providence che con la sua “penna-cinepresa” riesce a cogliere gli aspetti più terrificanti anche nelle situazioni che, a prima vista, appaiono normali. E così, nella lettura delle brevi pagine, le parole davanti agli occhi si sciolgono, lasciando il posto alla vista dei fumosi e terrificanti paesaggi descritti, con abile mano, dall’autore. Si striscia, quasi, con lo sguardo, a pochi centimetri dal terreno, si sfiorano le “enormi” pietre, cadute dalle “possenti mura”. Si respira l’odioso tanfo mortale del limaccioso fiume Than. E di colpo, si ode una voce. Una voce che è un’eco lontana. Poi vicina. Una voce che sembra venire da ogni dove. E l’oscuro dialogo che getta una luce sul tragico epilogo racchiuso nell’atrocità delle poche pagine. Un epilogo in cui le creature che costruirono le possenti mura compirono imprese che, innanzi alla Memoria (il Demone della Valle), durarono un attimo. In questo passo del dialogo, in queste poche parole è forte e tangibile l’influenza che Hodgson ebbe su Lovecraft: “Non so più quali fossero le loro imprese perché durarono un attimo”. Sembra un richiamo, un accenno, una oscura rimembranza, a La Casa sull’abisso, quando il protagonista assiste impotente dalla sua finestra al trascorrere delle ere del mondo. Un vorticoso susseguirsi di albe e tramonti. Giorni che durano lo spazio di un respiro e polvere, polvere che si accumula sull’abisso e su ogni cosa e lascia posto solo all’eterna memoria.

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Valutazione: 4 libri
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Memoria è possibile reperirlo in:
Giuseppe Lippi, a cura di, "H.P. Lovecraft. Tutti i Racconti 1897 - 1922", Mondadori, 1989. Oscar Mondadori n.1839. Pagg. 41-43.
ISBN 88-04-55703-6

La Casa sull'Abisso

# 0011

L'abisso della paura

La Casa sull’abisso è un lavoro letterario, a metà strada tra il racconto ed il romanzo breve, scritto da William Hope Hodgson nel 1908. Per il cupo stile utilizzato dall’autore, che si pone come zona crepuscolare tra il fantascientifico e l’orrore, “La Casa sull’abisso” è considerato il lavoro “fondamentale” del panorama della letteratura horror/fantastica mondiale. Lo stesso Lovecraft fu così affascinato dal clima sospeso e di imminente tragedia, che si respira nell’intero racconto, da aver dichiarato, quasi in punto di morte, che uno dei suoi maggiori rammarichi era che le opere di Hodgosn non erano, ancora, adeguatamente conosciute. Destino, comunque, simile fu anche il suo, giacché al solitario di Providence venne riconosciuta la giusta collocazione nel campo della narrativa horror mondiale, solo dopo parecchi anni dalla sua morte.

Il racconto è inquietante. Il racconto prende le mosse da un antico manoscritto, che lo stesso autore rinviene tra dimenticate rovine, presso un piccolo villaggio irlandese, di nome Kraighten, ove si trovava in una vacanza da dedicare alla pesca, che lo stesso si era concesso con un fidato amico. Trovato il manoscritto, i due amici decidono di leggerlo nelle lunghe e noiose serate. Sarà l’inizio di un orrore senza tempo. Sarà la porta di ingresso in una dimensione dove l’orrore si fonda con la fantascienza e la fantasia si veste di realtà. La storia che si dispana agli occhi ed alle orecchie dei due amici, e tramite loro, al lettore di oggi, è una storia senza tempo. L’eterna lotta tra il bene ed il male. Tra l’essere ed il divenire. Tra la realtà e la finzione. Tra la vita e la morte. Una storia dove tutto può essere, ma nulla è ciò che sembra. A conferire, ancor di più, tensione ed orrore sono i numerosi passi del manoscritto che l’autore ed il suo amico non riescono a decifrare. Ebbene in tali passi, le frasi spezzate, i puntini di sospensione, ed i discorsi che ne vengono fuori sono così tragici e taglienti da far paura, davvero, anche alle menti più salde. È un orrore sottile quello di Hodgson. Un orrore che riesce ad essere tale pur nella descrizione dei mitici esseri suini. E la casa, il nucleo del racconto, il non luogo per eccellenza, diventa baluardo e difesa dal male, ma anche origine stessa del male. Baluardo di slavezza e tomba di sé stessa. In un gioco di contraddizioni che amplifica ancor di più la tensione che trasuda da ogni pagina.

Di questo racconto che, in tutto e per tutto, può essere considerato un vero e proprio romanzo, si è detto di tutto. Che rappresenta la metafora della vita, che è la forma più pura di orrore fantascientifico che la mente umana abbia mai generato, che è specchio fedele del nostro mondo, valido nel tempo ed in ogni tempo. Ed è tutto vero. E’ una di quelle pietre miliari della letteratura che hanno finito per influenzare, anche le produzioni successive. E così si può ben supporre che se non avessimo avuto Hodgson, con la sua tetra dimensione della realtà, non avremmo certamente avuto, Lovecraft ed il mito di Cthulhu. E tale affermazione non è da poco. Del resto lo stesso Lovecraft non ha mai fatto di mistero di chi fosse il suo “padre” letterario da cui traeva ispirazione.

Dell’autore, William Hope Hodgson, possiamo dire, prendendo in prestito una definizione che venne data dello stesso, già al tempo in cui viveva ed operava, che è “uno scrittore sul quale si è posato il manto di Edgar Allan Poe”. Uno scrittore quindi, dotato, sicuro, di mestiere. E ciò lo si vede nel suo lavoro. La casa sull’abisso è, infatti, un racconto ben scritto. Un racconto in cui la fantascienza e l’orrore sono perfettamente distribuiti nel testo senza prevaricazione dell’una sull’altro, ma anzi amplificandosi a vicenda, in un connubio tetro e spettrale.

Un racconto che si legge bene. Scorrevole ed avvincente. Mai noioso e sempre spettrale. Una volta lette le prime righe si resta avvinghiati tra le spire delle virgole, dei punti, delle frasi, delle parole e dei discorsi. Si scorrono con gli occhi le vicende del protagonista. Si vivono le sensazioni dell’autore che svelandole per lui e per noi, dalle pagine del manoscritto, ci guida per mano verso un’orribile scoperta. Sentiamo sulla nostra pelle, dunque, gli aliti sinistri delle mostruose figure che partorite dalla proficua mente dell’autore, varcano la soglia dell’abisso, ed attraverso la casa, giungono fino a noi, per turbare i nostri sogni.

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Valutazione 4 libri
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Scheda libro

Editore Newton & Compton
Collana Labirinti del Terrore
Numero 10
Anno 2003
Rilegatura Brossura
Pagine 151
Traduzione Gianni Pilo
ISBN 88-8289-909-8

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Brevi note biografiche sull'autore
William Hope Hodgson nacque il 15 novembre del 1877, in Gran Bretagnia, precisamente a Wethersfield nell'Essex. Alla giovanissima età di 14 anni lasciò la famiglia per imbarcarsi per mare (uno degli elementi costanti, insieme alla Casa), iniziando una carriera di otto anni che lo portò da marinaio semplice fino alla qualifica di sottufficiale. Nel 1901, però, interruppe i suoi viaggi per mare, anche epr via delle brutte esperienze che si portò dentro per sempre. (abusi subiti, da mozzo, durante i primi anni di navigazione). Si trasferì, quindi, prima a Blackburn, dove aprì una palestra di atletica (era molto noto per la sua forza erculea e per la sua abilità di lottatore) scrisse – infatti – anche trattai di cultura fisica. In seguito, si trasferì in Francia, dove nel 1906 iniziò la sua attività letteraria. Arruolatosi volontario nell'Esercito Inglese durante la Prima GuerraMondiale, venne congedato per le gravi conseguenze di una caduta da cavallo durante l'addestramento da ufficiale di artiglieria; due anni dopo, guarito e nonostante non avesse più alcun obbligo militare, chiese nuovamente di potersi arruolare e partì per il fronte francese. Morì in combattimento in Francia, durante un bombardamento di artiglieria, nell'Aprile del 1918.

Il Vampiro

# 0010

Il primo Vampiro
In una serata fredda di inizio estate del giugno del 1816, cinque persone si trovavano in una sorta di esilio forzato presso Villa Diodati in Svizzera, nelle vicinanze del lago di Ginevra.
Queste persone erano: Lord Byron, Claire Clairmont – compagna di Byron –, il poeta Shelley, Mary Wollonstonecraft Godwin – compagna di Shelley, con il cognome del quale, tempo dopo, firmerà uno dei capolavori di tutti i tempi Frankenstein –, John William Polidori – medico personale di Lord Byron.
L’insigne Lord per allietare ed occupare il tempo in quelle giornate che impedivano la benché minima attività esterna, propose una singolare gara: comporre nel tempo più breve, un racconto che fosse il più terrificante possibile, impresa questa in cui si cimentarono tutti e cinque i presenti.
Tuttavia il maltempo durò meno del previsto e la gara – in quel di Villa Diodati – si concluse senza un effettivo vincitore. Fu il tempo, in seguito, a riconoscere come indiscussa vincitrice di quella “singolar tenzone” la giovanissima Mary Shelley che, con il suo Frankestein, aveva creato un caso letterario destinato ad influenzare per sempre un certo genere di narrativa.
Di Shelley – poeta – non ci è rimasta la produzione di quelle serate, se ne deve dedurre che si cimentò con scarso trasporto alla sfida lanciata dal collega.
Riguardo al Lord Byron, in quelle sere, riuscì a comporre solo un frammento riguardante un’oscura storia di un viaggio verso la Grecia, di una morte improvvisa e misteriosa di uno dei viaggiatori, di un giuramento da rispettare, temi che comunque restarono soltanto accennati.
È a questo punto che entra in scena John William Polidori. Giovane medico dal carattere forte, ma tremendamente incline alla depressione, era al seguito di Lord Byron con cui intratteneva rapporti basati su una profonda intolleranza l’uno per l’altro. In quelle sere di “volontario esilio” presso Villa Diodati, anch’egli si cimentò con una storia, della quale è rimasta traccia solo nei diari dei presenti al tempo.

Tuttavia, tre anni dopo quelle sere di giugno, un anno dopo la pubblicazione del “Frankestein” di Mary Shelley, faceva la sua apparizione un racconto dal titolo semplice ed esplicativo: “The Vampire” (Il Vampiro).
Uno scherzo del destino, il caso, una semplice coincidenza pregnata dalla buona fede di tutti i coinvolti, vollero tuttavia che il racconto fosse presentato all’editore con la firma di “Lord B.”, da cui scattò l’attribuzione della novella a Lord Byron.
Il reale autore del racconto era invece il giovane John William Polidori, che rimasto colpito dal frammento di Lord Byron, prodotto nelle ormai famose serate del giugno del 1816, ne volle riprendere ed approfondire i temi.

La storia presentata da Polidori, tuttavia, risente tutta di una certa fretta e approssimazione nella composizione (soli tre giorni, ammette l’autore in un passo del suo diario). I personaggi sono accennati, mancano di una vera e propria dimensione psicologica e risultano passivi, in una storia in cui un pizzico di dinamicità avrebbe introdotto un ulteriore elemento di suspence ben calzante.
Personaggio di spicco del racconto è Lord Ruthven (protagonista di un’altra storia vampiresca apparsa anonima e basata su una leggenda scozzese, “La sposa dell’isola”). Questi è un uomo dai modi gentili ma gelidi, con il suo “occhio grigio e freddo come la morte, che pareva posarsi sui volti senza penetrarli e che giungeva, invece, fino ai più riposti congegni del cuore”. Amante delle fanciulle e abile al gioco d’azzardo, non tardò – Lord Ruthven – di farsi notare e di divenire uno dei personaggi più ambiti dei salotti londinesi. Al suo fascino – non certamente fisico, ma morale – non restò insensibile nemmeno il giovane Aubrey, che nel racconto rappresenta l’intima indole caratteriale del “povero Polidori”, nacque così un’amicizia destinata a culminare in un viaggio intrapreso da Lord Ruthven e Aubrey, verso la Grecia. Durante il viaggio la stima dei due uomini cresceva reciprocamente, ma ad un certo punto l’indole nobile di Aubrey ebbe la meglio sui modi discutibili e palesemente insensibili del Lord. Fu così che i due si separarono e proseguirono il cammino ognuno per conto suo. Il viaggio di Aubrey non sarà privo di avventure orribili, tra esse l’incontro con un essere soprannaturale che priverà della vita una ragazza di cui lo stesso Aubrey si stava innamorando.
Arrivato in Grecia il destino volle far rincontrare, nuovamente, i due uomini che, rinsaldando la propria amicizia, iniziarono la scoperta di quella terra antica e misteriosa. Un improvviso attacco da parte dei briganti, mise fine alla vita di Lord Ruthven, il quale prima di morire impegnò Aubrey in un giuramento della durata di un anno: non rivelare a nessuno la sua morte, né le circostanze di essa.
Aubrey, in lacrime, acconsentì. Tornato a Londra, è inimmaginabile la sorpresa di trovarsi innanzi proprio Lord Ruthven, che per giunta stava ammaliando con modi di perfido seduttore la casta e pura sorella di Aubrey.

Non è il caso di approfondire ulteriormente gli elementi prettamente narrativi. Val la pena di soffermarci su quello che, poco più sopra, è stato indicato come una debolezza del racconto, cioè quello di essere approssimativo, frettoloso e tutto sommato poco definito. A voler scendere nei dettagli, è davvero esatto definire come debolezze questi caratteri or ora esposti?
Sinceramente ci si potrebbe aspettare una risposta affermativa, tuttavia deve tenersi presente un aspetto importantissimo.

“Il Vampiro” di Polidori è – unanimemente – riconosciuto come il capostipite del genere, il racconto che per primo ed approfonditamente parlava di vampiri. Le precedenti esperienze sul tema riguardavano una fugace apparizione di un vampiro nel Giaour di Lord Byron. Non c’era, quindi, nulla di prettamente dedicato a tale tema. Fu questa la fortuna principale di questo racconto: l’essere il primo di un genere che di lì a poco si sarebbe affermato. In effetti le genericità del racconto e la frettolosità dell’intreccio narrativo, finiscono col divenire il punto di forza del racconto stesso. Punto di forza che, comunque, va visto come capacità impositiva del racconto stesso a futura memoria. Nel racconto, infatti, emergono delle costanti che influenzeranno – inevitabilmente ed indelebilmente – le future produzioni del genere. Basti vedere alcuni esempi. Il Dracula di Bram Stoker sarà un conte, un nobile, avrà la sua forte ascendenza sulle donne, ci sarà la lotta contro l’essere immondo per salvare la fanciulla di turno. In definitiva – e riportando il discorso sui binari da cui si era mosso – la domanda precedentemente formulata, merita una risposta ben diversa, è proprio questa mancanza di definitività che ha dato la possibilità al racconto di imporsi, che ha fatto si che numerosi scrittori ne risultassero influenzati, vedendo in esso non un cerchio chiuso ma un semplice cannovaccio, a mo delle vecchie e gloriose “commedie dell’arte” basate sull'improvvisazione e sull’uso di maschere e personaggi stereotipati, in cui si consentiva agli artisti di muoversi lungo una traccia predefinita ma di riempire, poi, la scena con i contenuti che via via venivano improvvisati.
E’ come un appunto il racconto di Polidori, un promemoria, una traccia, di quelli che possono essere i temi da sviluppare, un tema che proprio grazie al suo modo di essere “non chiuso” sarà caratterizzato, in seguito, dalla sensibilità dei singoli autori. Se quindi con Polidori abbiamo un vampiro che riesce a sfuggire, con Stoker, invece, abbiamo un vampiro che soccombe e muore, fino ad arrivare con Joseph Sheridan Le Fanu ad un vampiro donna, Carmilla, che nelle sue innumerevoli forme ed identità si atteggerà ad essere il personaggio femminile più terrificante di questo genere di narrativa.

Un ultima notazione merita il personaggio di Aubrey. Può, forzando un po’ il termine, essere definito un eroe romantico. E’ lui che si impegna in un folle giuramento col vampiro, ed è sempre lui che, ritrovandolo inverosimilmente in vita, preferisce soccombere alla follia, che agli occhi degli altri lo consuma, piuttosto che mancare di fede ad un giuramento tra gentiluomini. Resta quindi legato in una dimensione fiabesca, in un indole statica, in un comportamento fatalista e mancante di ribellione e seppur non arrivi – da solo – al gesto estremo tipico degli eroi romantici, si abbandona al suo furore che lo condurrà alla morte. È davvero, a buon diritto, questo giovane Aubrey, l’alterego di Polidori. Anche questi, nella vita reale, ricercando – passivamente – una dimensione di pace interiore incontrava insuccessi e derisioni. I debiti al gioco, contratti nella ricerca di un’effimera affermazione, lo portarono – poi – al gesto estremo del suo suicidio che – in linea con la sua indole e nell’ultimo, riuscito, tentativo di una sua affermazione personale – si procurerà ingerendo un veleno di sua invenzione l’“acido prussico”. Era il 1821, il Vampiro aveva fatto la sua prima vittima reale. “Prima” perché, parte di quei partecipanti alle famose serate di giugno del 1816 morirono in circostanze oscure. Lord Byron morirà colpito da gravi febbri proprio in Grecia (come il Lord Ruthven di Polidori), il poeta Shelley, nel 1822, annegherà in un naufragio presso La Spezia. Solo Mary Shelley, sopravvivrà a lungo, ma ancor più a lungo sopravvivrà la sua fama legata alla mitica creatura, Frankestein, che guarda caso non era un vampiro.
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Valutazione: 4 libri
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Scheda Libro
Editore Studio Tesi
Collana Biblioteca Universale
Anno 1995
I^ Pubblicazione 1819
Pagine XXXII (introduzione) + 137
Rilegatura Brossura

Atlantide

# 0008

Minaccia Glaciale

Atlantide di Clive Cussler è un buon romanzo.

L'inizio palesemente - e volutamente - banale di questa recensione rende comunque in pieno l'idea di pienezza e rotondità, di completezza insomma, che si avverte nella lettura di questo mirabile libro. on conoscevo l'autore, direttamente, ne avevo solo sentito parlare, tuttavia quel titolo e la opertina stessa mi hanno convinto ad intraprendere la lettura, scorrevole ma impegnativa, di quelle 500 ed oltre pagine. Sarà una mia fissazione, ma raramente resisto quando in un titolo appare la parolina magica "Atlantide" era già successo con Avoledo (ed era andata bene), e si é ripetuto adesso con Cussler.

La storia narrata, e costruita da Cussler, è accattivante anche perché offre diversi momenti narrativi anche molto lontani nel tempo che poi, pagina dopo pagina, vanno a ricongiungersi l'un l'altro. Per chi si accinge alla lettura, è sufficiente sapere che (per non rovinare l'impagabile sapore della scoperta della storia riga dopo riga):

1. Nel XIX secolo alcuni passeggeri di una nave in Antartide scoprono un relitto di una nave inglese (un Indiaman Inglese) del secolo precedente imprigionata nei ghiacci, al cui interno vi ero innumerevoli tesori ed un sinistro Teschio di ossidiana nera.

2. Ai giorni nostri, un esploratore di miniere, nell'ambito delle sue esplorazione, si imbatte per caso in una camera con le pareti ricoperte di strane scritte al centro della quale sorge un piedistallo con sopra un altro Teschio di ossidiana.

3. Sempre ai giorni nostri una nave oceanografica in missione nell'Antartide viene presa di mira dal fuoco insistente e fatale di un sottomarino tedesco dato per scomparso almeno 50 anni prima.

Sono questi tre i momenti narrativi da cui trae spunto ed origine la storia.
Ad allacciare e ricongiungere questi momenti, dando alla intera storia il giusto significato, ci penserà Dirk Pitt, personaggio simpatico e dinamico creato dall'abile penna di Clive Cussler, il quale insieme all'immancabile - a quanto sembra - amico Giordino (il piccolo italiano) dipanerà una matassa ingarbugliata e pericolosa, resa ancora più intricata dalle trame poco chiare ed ostili dell’oscura famiglia Wolf.

Non è il caso di svelare altri elementi della trama, è più opportuno soffermarsi sullo stile narrativo di Cussler. E' uno stile facile, nel senso migliore del termine, mai domo. Impetuoso e tuttavia scorrevole, agile ma forbito, rapido eppure esauriente. Tutto ciò tradisce, ovviamente, una certa professionalità ed una certa padronanza dell'arte dello scrivere. Al giorno d'oggi infatti, la pressione mediatica e la molteplicità dei gusti individuali sono terreno fertile per alcune case editrici che non badano molto a ciò che distribuiscono (riguardo ovviamente alla narrativa d’importazione, essendo le stesse case editrici ipercritiche e oltremodo selettive, nei confronti delle produzioni nostrane), mettendo molto spesso sul mercato prodotti editoriali di dubbio valore, se non letterario, quantomeno d'intrattenimento. Non è il caso di Cussler, e non per i numerosi romanzi già scritti; non lo è per lo stile capace di rinnovarsi e riannodarsi in nuove forme e sensazioni ad ogni riga, pagina, capitolo. Cussler conosce ciò che scrive non solo dal punto di vista narrativo ma soprattutto dal punto di vista scientifico. Le narrazioni degli eventi siderali - si veda ad esempio proprio l'inizio del romanzo in cui è narrata con dovizia di particolari e proprietà di nozioni la nascita ed il lento ma inesorabile viaggio di una cometa - sono coinvolgenti e ben fatte. Si noti che il rischio in cui Cussler poteva incorrere era duplice, da un lato rischiava di inzuppare il testo con termini troppo tecnici che comunque avrebbero reso giustizia a ciò che andava narrando, ma al contempo avrebbero di certo annoiato gran parte dei lettori; dall'altro lato rischiava di rendere la narrazione troppo semplice incappando in deleterio effetto tavoletta, che avrebbe annoiato e disgustato - con ogni probabilità - qualunque lettore. Cussler riesce a stare in mezzo senza bilichi o eccessivi compromessi, sta in mezzo largheggiando in descrizioni accontentando nella narrazione sia i palati più esigenti sia quelli meno avvezzi a distinguere un "sapore narrativo" dall'altro.

Le basi teorico-scientifiche su cui si basa il libro sono tutte ben documentate, basta leggere un qualsiasi libro di Graham Hancock o dei coniugi Flem-Ath per rendersi conto di come ciò che Cussler scrive è frutto di meticolosi studi, condivisibili o meno, condotti da illustri scienziati, pertanto nulla è improvvisato o lasciato al caso. E lo si percepisce nel corso della lettura.Le basi storiche, sebbene anch'esse dettagliate e verificabili, hanno il pregio di essere piegate alle ragioni narrative, risultando quindi intrise di quell'alone tipico che copre ogni dato reale quando viene raccontato in modo difforme da come lo si conosce e che sollecita la mente a chiedersi "e se andasse proprio così?".

Un cenno a parte meritano i due personaggi principali, che pare ritorni spesso e volentieri in buona parte dei romanzi di Cussler. Dirk Pitt a quanto pare è l'alterego di Cussler, lui stesso ha più volte affermato che "c'è un pezzo di me in Dirk Pitt, ed un pezzo di lui in me". Pitt è un funzionario della NUMA (che peraltro è il nome di una società reale fondata dallo stesso Cussler), società oceanografica per la quale ha superato numerosa avventure, la punto che non riesce difficile immaginarsi questo personaggio come una sorta di supereroe. Al Giordino è l'amico inseparabile di Pitt. Le origini italiane si tradiscono tutte nell'atteggiamento di questi risoluto e pratico ma leale e sensibile. Una piccola chicca, che tradisce magari un vezzo di autocelebrazione da parte dello stesso Cussler, lo si nota nel personaggio di "Papà" che appare verso la fine del romanzo e che sarà - anche senza saperlo o volerlo - il vero motore decisivo di tutta la storia. Colui grazie al quale, i "buoni" possono trionfare.

In definitiva un buon romanzo, un ottimo libro ed un discreto esercizio mentale. Certo l'intera storia non è scevra di esagerazioni, lo stesso Pitt fa cose - pur non essendo un professionista militare - ai limiti della resistenza e possibilità umane. Ma questo è solo un dettaglio, che del resto ci può anche stare. Un dettaglio che nulla toglie al già evidenziato valore dell'intero impianto narrativo. Un libro da leggere pagina dopo pagina, assaporandone i passaggi dapprima slegati e poi confluenti verso un'unica direzione. Una direzione letale, senza via d'uscita, drastica e definitiva, dalla quale si riesce a deviare all'ultima curva appena per un soffio.

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Valutazione: 4 libri

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Scheda Libro

Editore TEADUE
Pubblicazione 2002
Rilegatura: brossura
Pagine 560
Prezzo €8,50 (al 02/04/2008)
Traduzione L. Perria
ISBN 88-502-0116-8

La Casa

# 0006

Intrigo tra le mura
La Casa è il penultimo romanzo (anno, 1971) dello scrittore americano John Dickson Carr (Uniontown, Pennsylvania, 1897 – New York, 1997), che a buon diritto può essere considerato come un’indiscussone icona del genere giallo-poliziesco.

E’ difatti un giallo. Un gran bel giallo. Ci sono indizi sparsi per le pagine, ben costruite e caratterizzate da una fluidità di linguaggio ed una capacità descrittiva tale, da lasciar bene intendere il “consumato” mestiere dell’autore.

La storia ruota intorno ad una casa, Delys Hall, che il Commdoro Hobart nel 1883 letteralmente trasportò dall’Inghilterra a New Orleans. Si trattava di una grandiosa casa in stile vittoriano che l’eccentrico ufficiale di marina prelevò mattone su mattone per farla ricostruire intermente all’interno di una sua proprietà in America. All’interno di questa casa, si vociferava, che fosse nascosta una grossa quantità di oro. Da qui la ricerca di quell’oro che tra strane morti avvenute anni prima e strani avvenimenti più attuali, conduce l’appassionato lettore sino allo sconvolgente ed inaspettato finale in puro stile giallo.

Splendidi i dialoghi. Perfetta la macchina narrativa che, in un perfetto gioco di anticipazioni e scoperte, riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore che a poco a poco, finisce con il divenire anch’egli un personaggio della storia, avendo a disposizione tutti gli elementi – generosamente profusi dall’autore – per poter risolvere al meglio il mistero.

Probabilmente alcune pagine risultano troppo prolisse o alcuni dialoghi tra i personaggi alla lunga tradiscono una certa stanchezza, ma il complesso che ne deriva e così piacevole e divertente da lasciar perdonare, all’autore, anche il piccolo peccato veniale di una, probabilmente, non troppo velata autocelebrazione, in tutti i riferimenti che, in effetti, ci sono ai romanzi gialli e polizieschi, all’interno del testo narrativo.

Carr dimostra davvero una straordinaria maturità nel tratteggiare uno per uno i personaggi di questo racconto. Nessuno di essi e solo accennato: tutti sono psicologicamente delineati, al punto che senza ognuno di essi, acquista una dimensione tale da imporsi sulla scena della vicenda con il proprio carattere, le proprie debolezze ed il proprio contributo alla storia. Su tutti, senza dubbio, spiccano Jeff e lo zio di questi, Gil, procuratore distrettuale, che alla fine dirige le indagini, portandole a compimento dimostrando un acume tipico dei grandi detective dell’universo giallo.

In definitiva un romanzo forse troppo conosciuto, ma che va assolutamente letto per la agilità narrativa, per la pulizia del linguaggio e per l’assoluta perfezione del canovaccio giallo che, lungi dall’essere prevedibile, riesce a sorprendere il lettore proprio perché, nel lungo finale tutti i tasselli sparsi, qua a là, lungo le pagine prendono magicamente posto nel puzzle che compone il viso del micidiale assassino.

Un’ultima notazione va alla presentazione del libro, senza dubbio imprecisa, fatta dalla Mondatori, nell’ultima pagina di copertina dell’edizione Oscar Scrittori del novecento, n. 1920.

Si legge testualmente:

Louisiana, 1927. Una pessima fama circonda la dimora che il commodoro Hobart, defunto miliardario con la passione per i tesori nascosti, si è fatto costruire tra le paludi di New Orleans: nientemeno che un immenso castello inglese di epoca Tudor trasportato direttamente dal Vecchio Continente. Comunque sia, David e Serena Hobart, nipoti ed eredi del commodoro, non si fanno intimorire da dicerie e credenze, né tanto meno da storie di fantasmi e presenze sovrannaturali, e decidono di riaprire il maniero per cercare un antico tesoro di pirati che Hobart vi avrebbe nascosto. Non sanno che la notte che trascorreranno tra quelle mura sinistre sarà molto, molto lunga... Nel suo penultimo romanzo, pubblicato nel 1971, John Dickson Carr fonde antiche leggende e nuovo gusto horror trasferendo l'atmosfera dei racconti gotici inglesi nelle terrificanti ambientazioni del Sud degli Stati Uniti, e dà vita a uno dei suoi libri più intensi e a uno dei misteri più geniali della storia della letteratura gialla.

Praticamente l’eccezionale romanzo giallo/poliziesco viene presentato come un horror gotico che, pur essendo un genere avvincente ed appassionante, nulla ha a che vedere con l’esercizio di stile “giallo” di Carr, che proprio in questo romanzo raggiunge i massimi apici.

E sul sottile, malriuscito, tentativo di ricondurre questo splendido romanzo ad un horror, si innesta anche la scelta della copertina, sempre operata da Mondadori. Come sopra può ben vedersi, è fin troppo chiaro che, chi abbia scelto la copertina con cui identificare il libro abbia forzatamente cercato di suscitare l’idea di un fantasma o chissà quali sinistri elementi che, si ripete, ne romanzo sono assolutamente assenti, essendo il racconto una bellissima storia gialla, degna finanche di essere rappresentata sul grande schermo.

Scheda libro
Editore Mondadori
Anno di pubbl. 2006
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1920
Pagine 294
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 8,40 (al 31/03/2008)
ISBN 8804553529
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Valutazione: 4 libri

Uno Studio in Rosso

# 0003


Le logiche della deduzione

Uno studio in rosso è il primo romanzo poliziesco, giallo per l'esattezza, scritto nel 1887 da Sir Arthur Conan Doyle. L'importanza assoluta di questo romanzo sta nel fatto di essere il teatro della primissima apparizione del famoso investigatore Sherlock Holmes e dell'altrettanto mitico assistente dott. Watson. Il romanzo (racconto direbbero alcuno per via della relativa brevità, appena 96 pagine) consta di due parti. Nella prima parte è racchiuso quello che può essere considerato il prologo di tutte le storie di Sherlock Holmes. Si assite, infatti, al racconto della prima parte della vita del dott. Watson che, a seguito di varie peripezie, giunge a Londra ove gli viene offerto di dividere la pigione con un "tipo" alquanto bizzarro. E così, tramite un comune amico - il giovane Stamford - il dott. Watson conoscerà quel "tale che lavora al laboratorio di chimica dell'ospedale", che altri non è che Sherlock Holmes. Insieme, i due, prenderanno in affitto la casa presso il n. 221B di Baker Street. La coppia era dunque formata. La convinvenza tra i due procedeva simpaticamente tra veloci dialoghi ed i vani tentativi di capire, da parte di Watson, quale fosse la "misteriosa" attività svolta da Holmes. Lo stesso Holmes, in seguito, durante un colloqui con Watson ammetterà la sua "professione" di consulente investigativo. Inizia così la affascinante scoperta, da parte di Watson, delle capacità deduttive di Holmes, di cui del resto ne aveva avuto un timido assaggio il giorno in cui si erano conosciuti. "Vedo che è stato in Afghanistan", aveva sentenziato Holmes stringendo la mano a Watson, meno di tre secondi dopo che si erano conosciuti. In seguito svelerà all'amico i processi deduttivi che gli avevano consentito quell'affermazione, lasciandolo a bocca aperta. Qualche giorno dopo l'inizio della simpatica convivenza "scoppia"il mistero. Un assassinio è stato compiuto in una casa disabitata, in modo ignoto e con una sinistra scritta di sangue sul muro, che grida vendetta. E' l'inizio di una indagine serrata che vedrà i tentativi, goffi, dei due alti funzionari di Scotland Yard, Gregson e Lestrade, fallire miseramente innanzi alla inavvicinabile maestria di Holmes che, quasi inspiegabilmente, riuscirà in breve a mettere le manette al colpevole. Inizia così la seconda parte del racconto che, in pratica svela il movente del delitto e conduce ad una scorrevolissima conclusione ove - finalmente - tutti i processi logico/deduttivi di Holmes vengono svelati. Un romanzo piacevole, quindi, ben scritto e che ha allo stesso tempo il gusto di un discreto testo narrativo, unito al fascino ed alla piacevolezza di un giallo quasi perfetto. "Quasi" perché, contrariamente ai canoni del giallo classico in cui il colpevole è sempre uno dei personaggi che animano la storia, nel testo di Doyle - invece - il colpevole appare all'improvviso e ne viene svelata la storia e la psiche solo successivamente. Bisogna, certamente riconoscere, che Arthur Conan Doyle è riuscito a cogliere il segno. Ha centrato l'obiettivo, mettendo su un racconto che offre anche numerosi spunti di importanza stilistica non indifferente. Fra tutte, certamente, degno di menzione è il flash back che apre la seconda parte che, quasi come in un film, consente al lettore di cogliere anche gli aspetti più oscuri della psiche dell'assassino. Tutto ciò si riflette, altresì, nel registro narrativo utilizzato. Per tutta la prima parte, l'io narrante è il dott. Watson. Nella seconda parte, invece, dapprima parla un narratore che racconta il lungo flash back in terza persona. Poi torna l'io narrante di Watson, a buon diritto l'alter ego dello scrittore, che conduce per mano verso la conclusione, non prima però di aver ricreato il pathos estremo della mente dell'assassino trascrivendo parola per parola la confessione di questi. In definitva un racconto consigliatissimo, da gustare velocemente ma non troppo, onde poter scendere appieno nelle finezze logiche di cui solo la mente di Sherlock Holmes è capace.

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Scheda Libro

Editore Mondadori
Anno 2004
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1870
Pagine 154
Formato 12,7 x 19,7 cm
Legatura brossura
Prezzo € 8,00 (al 02/04/2008)
Traduzione Alberto Tedeschi
Tascabile. Mondadori 2005.
ISBN: 8804537175 / 88-04-53717-5
EAN: 9788804537175


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Valutazione: 4 libri
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