La Storia di Clifford House

#0039

La tipica casa infestata
La Storia di Clifford House è un breve racconto dell'orrore di autore/autrice sconosciuto/a. Tuttavia il modo in cui la storia è raccontata, le atmosfere cupe e fumose, la suspance che trapela dalle pagine, in qualche maniera richiamano alla mente lo stile narrativo di Henry James in "Giro di Vite".
Il racconto si dipana in circa 10 pagine in cui, malgrado la brevità, tutti i personaggi coinvolti riescono ad emergere e ad avere un proprio autonomo dinamismo che controbuirà allo sviluppo finale della storia.
Una famiglia marito, moglie e due bambini, con al seguito la servitù, giungono alla residenza "Clifford House" per trascorrere l'estate. Sin da subito la Sig.ra Russel avverte una strana e cupa presenza, smenita dal marito, malgrado la servitù dichiara più volte di aver visto presenze aggirarsi per i tetri corridoi della casa.
Questo, precario, equilibrio fatto di paure e negazioni delle tetre evidenze, è destinato a scardinarsi nel tragico ed impetuoso finale del racconto che trascina il lettore in un vortice in cui non è difficile scorgere i canoni tipici della più autentica paura.
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Valutazione: 3 libri
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Racconto contenuto nell'antologia "Le Più Belle Storie di Fantasmi", Gianni Pilo a cura di, Newton e Compton Editori, 2001

Il "Bullo" del villaggio

#0038

Come un racconto attorno al fuoco
Il "Bullo" del villaggio di Joseph Sheridan Le Fanu è un breve racconto a metà strada tra il fantasy e l'orrore.
La storia è quella di "Bullo" Larkin, individuo dalla forza erculea e dal carattere violento ed incline ai litigi. "Bullo" Larkin era solito risolvere le questioni che lo riguardavano a suon di pugni, in quanto era davvero molto abile nell'arte di tirar di pugilato. Durante uno di qeusti "incontri" finisce per ridurre in fin di vita un giovane compaesano, Ted Moran, reo soltanto di esser ricambiato dell'amore di una ragazza su cui aveva poggiato i suoi violenti occhi anche "Bullo".
Quanto sopra è il breve cannovvaccio su cui si dipana la storiella, breve e veloce, il cui finale nel più autentico spirito delle ghost story rievoca immagini e soluzioni che spaziano dalla più banale alla più terricante.
Lo scritto è agile, e diversamente non potrebbe essere avuto riguardo all'autore. Lo stile è, invece, quello tipico del raccontino snocciolato ai bambini attorno al fuoco di un caminetto. In molti passi del breve racconto, infatti, l'autore si rivolge direttamente al lettore per suscitarne ancor di più la curiosità. Così come farebbe, ad esempio, una nonna che racconta fiabe ai propri bambini.
La storia, in effetti, si veste inoltre della rosea patina delle fiabe. Nulla di terrificante viene descritto dall'autore. Ma il sottile gioco delle allusioni. Delle situaizoni appena accennate e non a fondo spiegate, contribuisce a sollecitare l'immaginario dei singoli lettori (o uditori) provocando in ognuno le sensazioni alle quali il proprio animo è incline.
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Valutazione: 3 libri
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Racconto contenuto nell'antologia "Le Più Belle Storie di Fantasmi", Gianni Pilo a cura di, Newton e Compton Editori, 2001

Giro di Vite

# 0020

Una spirale che si conficca nella mente

Una storia di fantasmi in piena regola. Paura e terrore dosati con mano magistrale dall’autore che crea, così, un racconto semplicemente spaventoso in perfetta assonanza con la tradizione gotica.Giro di Vite, è la storia di due bambini (Flora e Miles), e già la scelta di due giovani protagonisti amplifica i connotati di paura e tensione, in virtù del contrasto che si crea tra la purezza e semplicità – rappresentata dai bambini – e la maligna presenza dei due malvagi fantasmi, che appunto individuano nei due bimbi le loro vittime. Accanto ad essi, vi è la figura della giovane istitutrice chiamata ad educare nel periodo estivo i due bambini. Ed infine è degno di nota anche il personaggio della Sig.ra Groose, governante, attempata che nei modi rassegnati e calmi, mostra di sapere ed accettare più di quanto ammetta essa stessa.

La storia è breve, circa 153 pagine. Ma è ricca di spunti. Di contenuti. Di dialoghi ben costruiti con il linguaggio tipico dell’ottocento. Si percepisce, quasi, in alcuni passi, in alcuni dialoghi, una sorta di attrazione innaturale e quasi morbosa che legherebbe Miles alla giovane istitutrice. Ma tutto ciò è solo accennato. Nulla di esplicito e purtuttavia, resta il dubbio, legittimo, che proprio in quelle circostanze, in quei dialoghi dentro il corpo del piccolo Miles, vi sia l’anima di uno spirito immondo che lo spinge a cose, anche inadatte, per la sua giovane età.

E’ un racconto nero. Che spinge i suoi legami tra il soprannaturale e la più viva realtà. Nulla è eccessivamente enfatizzato e ciò rende ancor di più reale ciò che da James viene raccontato.

Perfetta, apprezzabile e di sicuro impatto è la scelta dell’autore di dare un prologo alla storia, in cui un gruppo di persone innanzi ad un camino, passa il tempo racontando storie di fantasmi. Viene quasi istintivo un breve parallelismo con gli incontri che si tennero a Villa Deodati in Svizzera nella fine primavera del 1816, e da cui ebbero origine alcune delle migliori produzioni horror che la letteratura mondiale abbia mai conosciuto, su tutte il Frankestein di Mary Shilley ed Il Vampiro di Polidori. Tornando al prologo della storia, è importnate sottolineare come sin da subito l’autore, insista su elementi di orrore e tensione che, da quelle prime pagine, appare palpabile ed evidente. Uno dei personaggi, quindi, per nulla stupito dai racconti sino a quale momento uditi, inizia a raccontare una storia che, a suo dire, ha sentito da un amico, il quale a sua volta l’avrebbe letta da un diario. Si ha quindi una spersonalizzazione dell’io narrante, in virtù di questo triplo passaggio, narratore attuale-narratore precedente-narratore del diario, che consente al lettore di concentrarsi solo ed esclusivamente sulla storia che proprio per questa indole di essere tramandata, assume gli affascinanti connotati della storia troppo interessante per non crederla vera. Un po’ come accade per le leggende metropolitane. Sono storie inverosimili a cui però un po’ tutti, alla fine, vorrebbero credere. E tutto, quindi, si concentra nel motivo di fondo del prologo: cosa ci può essere di più orribile di una storia di fantasmi che coinvolge due bambini?

“che ne direste di due bambini?”.

E da questa semplice, eppure orriile, considerazione si apre la carica emotiva del racconto, che scorre lungo pagine senza mai cadere nelle ripetizioni o negli ostentati elementi horror.

Lo stile narrativo è preciso, coinvolgente e scorrevole. Nessuna parte può definirsi noiosa. Forse – a volte – è un po’ ridondante, specialmente in alcuni dialoghi dove espressioni amplificate e dolcezza ostentata, sembrano rubare qualcosa alla storia. Ma così non è. Questo è, infatti, solo una conseguenza tipica del linguaggio – tipicamente ampolloso – di quel periodo, un linguaggio che a ben vedere, conferisce alla storia di James la giusta collocazione storia, sottolineando ancor di più – proprio ancora una volta per il contrasto che si crea tra i canoni mielosi del linguaggio e le atrocità raccontate – la carica orrorifica che impregna ogni singola pagine. Non si deve, infatti, dimenticare che si tratta, pur sempre, di una vera e propria storia di fantasmi. Fantasmi cattivi. Sorprende e non poco, tuttavia, il coraggio e la intelligenza, messa in luce dalla giovane istitutrice che per nulla spaventata dalla sinistre apparizione (o comunque poco spaventata dalle stesse) non esita ad interrogarsi, a chiedere, finanche a mettere sotto torchio la Sig.ra Groose, al fine di sapere la atroce verità che si sta, comunque, dipananado innanzi ai suoi occhi. Di notevole levatura narrativa sono le parti in cui, con un’abilità che può ben definirsi gotica, James descrive le sinistre apparizioni degli spettri e le, cupe, ripercussioni che essi hanno sui protagonisti della storia.

Tutti i personaggi, come sopra accennato, malgrado le poche pagine del raccoto, sono tratteggiati ciascuno con i propri elementi psicologici e con il loro spessore, al punto che non sarà affatto difficile riconoscerli nei dialoghi loro attribuiti.

Sullo sfondo di questa orrorifica vicenda, ci sta, in puro ossequi alle mode del tempo, una storia d’amore. Stria d’amore platonico tra la giovane istitutrice e lo zio dei bimbi. Una storia di lettere e sospiri e pensieri e promesse mai fatte. Una storia evanescente e fatua come il più ingenuo dei sogni. Ed, ancora una volta, la dimensione pseudo onirica di questa storia d’amore, stride, contrasta ma ben si incastra con la storia di fantasmi che domina l’intero racconto. Un gioco degli opposti, quindi, che attrae e coinvolge. Allontana e cattura.

Un ultima notazione il titolo “Giro di vite”. Non è facile spiegarlo. Nel prologo si avverte la sensazione che con tale termine ci si riferisca ad una sorte di iperbole drammatica. Un qualcosa che penetra – proprio come fa la vite nel legno – e scava. Che si innesta nella mente. Procurando le giuste dimensioni per riflettere e considerare le atrocità. Una storia di fantasmi con un bambino aggiunge un “ulteriore effetti di giro di vite”, nel senso che la storia, già di per sé horror, per la presenza di un bambino – per il contrasto sottolineato in apertura di questo scritto – si arrichisce ancora di più di tensione e paura. Il doppio, quindi, se i bambini sono due 8così come i fantasmi).
“E’ ovvio che due bambini equivalgono a due giri di vite”.
Il massimo della paura, quindi.

La vite si conficca. Penetra e fa male. Ma fissa. Consolida. Il suo metallo si immerge dentro le anime, rapendole nella spirale della sua filettatura. Una spirale di male, presenze, ombre inquietanti e su tutte danza – con passo leggero da infida ballerina armata di stiletto – la morte che arriva, come nella vita, quando meno la si aspetta.
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Valutazione: 5 libri
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Memoria

# 0018

Delicato

Due pagine di rara delicatezza, un modo di scrivere che, nell’età matura, verrà abbandonato dall’autore, per ricercare l’assoluto predominio delle immagini visionarie sulle considerazione puramente e meramente esteriorizzanti. In queste pochissime righe è condensata, tutta, la delicatissima essenza che si respira in “Memoria”, racconto di H. P. Lovecraft del 1919. Scritto da un Lovecraft poco meno che trentenne, il racconto – pur nella sua estrema brevità – narra una storia ben precisa. La storia di un mondo sospeso. In una dimensione che c’è e non esiste allo stesso. Un mondo popolato da demoni, geni, illuminato da una luna maligna, i cui raggi però non riescono a penetrare laddove “si aggirano figure che è meglio non guardare e non incontrare mai”.

La narrazione continua in maniera minuziosa ma per nulla noiosa. Lovecraft riesce, nella forsennata ricerca delle parole più giuste e più d’effetto a creare una sensazione dinamica, come se la scena descritta, improvvisamente, prendesse corpo e figura e, come film, si dipanasse innanzi al lettore. Che abile “regista”, quindi, che è il solitario di Providence che con la sua “penna-cinepresa” riesce a cogliere gli aspetti più terrificanti anche nelle situazioni che, a prima vista, appaiono normali. E così, nella lettura delle brevi pagine, le parole davanti agli occhi si sciolgono, lasciando il posto alla vista dei fumosi e terrificanti paesaggi descritti, con abile mano, dall’autore. Si striscia, quasi, con lo sguardo, a pochi centimetri dal terreno, si sfiorano le “enormi” pietre, cadute dalle “possenti mura”. Si respira l’odioso tanfo mortale del limaccioso fiume Than. E di colpo, si ode una voce. Una voce che è un’eco lontana. Poi vicina. Una voce che sembra venire da ogni dove. E l’oscuro dialogo che getta una luce sul tragico epilogo racchiuso nell’atrocità delle poche pagine. Un epilogo in cui le creature che costruirono le possenti mura compirono imprese che, innanzi alla Memoria (il Demone della Valle), durarono un attimo. In questo passo del dialogo, in queste poche parole è forte e tangibile l’influenza che Hodgson ebbe su Lovecraft: “Non so più quali fossero le loro imprese perché durarono un attimo”. Sembra un richiamo, un accenno, una oscura rimembranza, a La Casa sull’abisso, quando il protagonista assiste impotente dalla sua finestra al trascorrere delle ere del mondo. Un vorticoso susseguirsi di albe e tramonti. Giorni che durano lo spazio di un respiro e polvere, polvere che si accumula sull’abisso e su ogni cosa e lascia posto solo all’eterna memoria.

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Valutazione: 4 libri
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Memoria è possibile reperirlo in:
Giuseppe Lippi, a cura di, "H.P. Lovecraft. Tutti i Racconti 1897 - 1922", Mondadori, 1989. Oscar Mondadori n.1839. Pagg. 41-43.
ISBN 88-04-55703-6

Il Prete Malvagio

# 0015

Una Piccola Perla Preziosa
Il prete malvagio è un racconto breve di Howard Phillips Lovecraft, che venne pubblicato - postumo - nel 1939. In una lettera che lo stesso Lovecraft scrisse all'amico Clark Ashton Smith la sera del 22 ottobre 1933 si legge:
"Qualche mese fa ho sognato un prete malvagio che viveva in una soffitta piena di libri proibiti, e di come scambiasse la sua personalità con quella di un forestiero. Fra' Bernardus di West Sokan insiste perchè ne faccia un racconto" (lettere selezionate, Voume IV, pagg. 289-290).
Fra' Bernardus, menzionato dal solitario di Prividence nella lettera all'amico, era un corrispondente di Lovecraft a cui l'autore aveva inviato una missiva in cui raccontava minuziosamente l'avvenuto sogno (o incubo?). Lovecraft, tuttavia, non scrisse mai questo racconto in quanto la morte lo colse il 18 marzo del 1937.
Dopo la morte di Lovecraft, Bernard Austin Dwyer, il citato Fra' Bernardus, ricopiò fedelmente la parte della lettera che riguardava il sogno e la inviò alla rivista Weird Tales che la pubblicò come se fosse un vero e proprio racconto scritto, con tale intento, dall'eccelso Lovecraft.

La lettera-racconto è quindi entrata a far parte - a buon diritto - della produzione letteraria dell'autore americano, rappresentando non solo un esempio di bellezza ed immediatezza descrittiva tipiche dell'autore, ma anche un piccolo concentrato delle tematiche in cui spadroneggia Lovecraft. E per tale motivo, il breve saggio, rappresenta una piccola e preziosa perla del vastissimo panorama letterario dell'autore.
Il racconto è breve, circa 4 pagine e mezza, nella versione edita da Mondadori ed inserita nella raccolta "Tutti i Racconti 1931 - 1936". In queste brevi pagine, tuttavia, sono presenti gran parte delle tematiche più care all'autore. Sin da subito il lettore è scagliato, con la tragica violenza di incubo ad occhi aperti, nel centro della scena e sembra quasi di udire l'oscuro sussurro pronunciato dall'uomo barbuto, che tende ad avvertire il protagonista senza nome dei pericoli che potrebbe correrre nella oscura soffitta abitata da "lui".
Subito, quindi, possono isolarsi alcuni elementi tipici e ricorrenti nella produzione lovecraftiana: il luogo misterioso; un oscuro pericolo, innominabile e innominato; i personaggi non identificati per amplificare ancora di più attorno ad essi, l'alone di mistero; il linguaggio scorrevole e tremendamente preciso che sembra una cinepresa sulla scena capace, però, di trasformare in parole ciò che viene inquadrato dall'obiettivo. Ma ci sono, anche, i libri misteriosi, (argomento tra i più cari a Lovecraft) che vengono bruciati nel camino. Ed ancora gli oggetti misteriosi (la scatola sul tavolo e la torcia in mano all'io narrante della storia). Ed il finale nel puro e semplice stile delle migliori produzioni d'orrore di quel periodo.
La storia è raccontata in prima persona e ciò, unito alla circostanza che il protagonista non ha nome, consente e permette al lettore di sostituirsi allo stesso e di percepire sulle proprie ossa i brividi di mortale paura che attanagliano il protagonista alla vista del
"ghigno da lupo sulla faccia scura e dalle labbra sottili".
Malgrado, come si diceva, la brevità del racconto, la scena descritta è fitta e ricca di particolari. Ogni parola è al posto giusto e - non dimentichiamolo - trattandosi di una lettera, il linguaggio che ne risulta è ancor di più arricchito da una stupenda nota di immediatezza. Una lettera, in fondo, cos'è se non il racconto scritto e pensato al solo uso e consumo di una sola persona, il destinatario?
La trama non è il caso di svelarla. Qui è opportuno dire che ha in tutto e per tutto i connotati di una classica storia di fantasmi. In cui uno spirito immondo e senza pace è costretto a compiere il medesimo gesto, che lo ha reso dannato, sino a che qualcuno non lo liberi intervenendo .
Il racconto, seppur breve, fa paura. Fa paura perchè parla di dimensioni ignote. La soffitta diventa la stanza di tutti. La stanza in cui si lavora. In cui si vive. Si mangia o si dorme. La soffitta, così come si era detto riguardo la Casa sull'abisso di Hodgson, è il non luogo per eccellenza il luogo certo ed incerto. Il luogo in cui le paure di ognuno prendono il sopravvento e l'intimo malvagio dell'essere ci trasforma - come nello splendido finale del racconto - nel mostro da cui cercavamo di sfuggire.
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Valutazione: 3 libri
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Il Prete Malvagio è possibile reperirlo in:
Giuseppe Lippi, a cura di, "H.P. Lovecraft. Tutti i Racconti 1931 - 1936", Mondadori, 1992. Oscar Mondadori n.1238. Pagg. 265-271.
ISBN 88-04-45560-8

La Casa sull'Abisso

# 0011

L'abisso della paura

La Casa sull’abisso è un lavoro letterario, a metà strada tra il racconto ed il romanzo breve, scritto da William Hope Hodgson nel 1908. Per il cupo stile utilizzato dall’autore, che si pone come zona crepuscolare tra il fantascientifico e l’orrore, “La Casa sull’abisso” è considerato il lavoro “fondamentale” del panorama della letteratura horror/fantastica mondiale. Lo stesso Lovecraft fu così affascinato dal clima sospeso e di imminente tragedia, che si respira nell’intero racconto, da aver dichiarato, quasi in punto di morte, che uno dei suoi maggiori rammarichi era che le opere di Hodgosn non erano, ancora, adeguatamente conosciute. Destino, comunque, simile fu anche il suo, giacché al solitario di Providence venne riconosciuta la giusta collocazione nel campo della narrativa horror mondiale, solo dopo parecchi anni dalla sua morte.

Il racconto è inquietante. Il racconto prende le mosse da un antico manoscritto, che lo stesso autore rinviene tra dimenticate rovine, presso un piccolo villaggio irlandese, di nome Kraighten, ove si trovava in una vacanza da dedicare alla pesca, che lo stesso si era concesso con un fidato amico. Trovato il manoscritto, i due amici decidono di leggerlo nelle lunghe e noiose serate. Sarà l’inizio di un orrore senza tempo. Sarà la porta di ingresso in una dimensione dove l’orrore si fonda con la fantascienza e la fantasia si veste di realtà. La storia che si dispana agli occhi ed alle orecchie dei due amici, e tramite loro, al lettore di oggi, è una storia senza tempo. L’eterna lotta tra il bene ed il male. Tra l’essere ed il divenire. Tra la realtà e la finzione. Tra la vita e la morte. Una storia dove tutto può essere, ma nulla è ciò che sembra. A conferire, ancor di più, tensione ed orrore sono i numerosi passi del manoscritto che l’autore ed il suo amico non riescono a decifrare. Ebbene in tali passi, le frasi spezzate, i puntini di sospensione, ed i discorsi che ne vengono fuori sono così tragici e taglienti da far paura, davvero, anche alle menti più salde. È un orrore sottile quello di Hodgson. Un orrore che riesce ad essere tale pur nella descrizione dei mitici esseri suini. E la casa, il nucleo del racconto, il non luogo per eccellenza, diventa baluardo e difesa dal male, ma anche origine stessa del male. Baluardo di slavezza e tomba di sé stessa. In un gioco di contraddizioni che amplifica ancor di più la tensione che trasuda da ogni pagina.

Di questo racconto che, in tutto e per tutto, può essere considerato un vero e proprio romanzo, si è detto di tutto. Che rappresenta la metafora della vita, che è la forma più pura di orrore fantascientifico che la mente umana abbia mai generato, che è specchio fedele del nostro mondo, valido nel tempo ed in ogni tempo. Ed è tutto vero. E’ una di quelle pietre miliari della letteratura che hanno finito per influenzare, anche le produzioni successive. E così si può ben supporre che se non avessimo avuto Hodgson, con la sua tetra dimensione della realtà, non avremmo certamente avuto, Lovecraft ed il mito di Cthulhu. E tale affermazione non è da poco. Del resto lo stesso Lovecraft non ha mai fatto di mistero di chi fosse il suo “padre” letterario da cui traeva ispirazione.

Dell’autore, William Hope Hodgson, possiamo dire, prendendo in prestito una definizione che venne data dello stesso, già al tempo in cui viveva ed operava, che è “uno scrittore sul quale si è posato il manto di Edgar Allan Poe”. Uno scrittore quindi, dotato, sicuro, di mestiere. E ciò lo si vede nel suo lavoro. La casa sull’abisso è, infatti, un racconto ben scritto. Un racconto in cui la fantascienza e l’orrore sono perfettamente distribuiti nel testo senza prevaricazione dell’una sull’altro, ma anzi amplificandosi a vicenda, in un connubio tetro e spettrale.

Un racconto che si legge bene. Scorrevole ed avvincente. Mai noioso e sempre spettrale. Una volta lette le prime righe si resta avvinghiati tra le spire delle virgole, dei punti, delle frasi, delle parole e dei discorsi. Si scorrono con gli occhi le vicende del protagonista. Si vivono le sensazioni dell’autore che svelandole per lui e per noi, dalle pagine del manoscritto, ci guida per mano verso un’orribile scoperta. Sentiamo sulla nostra pelle, dunque, gli aliti sinistri delle mostruose figure che partorite dalla proficua mente dell’autore, varcano la soglia dell’abisso, ed attraverso la casa, giungono fino a noi, per turbare i nostri sogni.

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Valutazione 4 libri
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Scheda libro

Editore Newton & Compton
Collana Labirinti del Terrore
Numero 10
Anno 2003
Rilegatura Brossura
Pagine 151
Traduzione Gianni Pilo
ISBN 88-8289-909-8

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Brevi note biografiche sull'autore
William Hope Hodgson nacque il 15 novembre del 1877, in Gran Bretagnia, precisamente a Wethersfield nell'Essex. Alla giovanissima età di 14 anni lasciò la famiglia per imbarcarsi per mare (uno degli elementi costanti, insieme alla Casa), iniziando una carriera di otto anni che lo portò da marinaio semplice fino alla qualifica di sottufficiale. Nel 1901, però, interruppe i suoi viaggi per mare, anche epr via delle brutte esperienze che si portò dentro per sempre. (abusi subiti, da mozzo, durante i primi anni di navigazione). Si trasferì, quindi, prima a Blackburn, dove aprì una palestra di atletica (era molto noto per la sua forza erculea e per la sua abilità di lottatore) scrisse – infatti – anche trattai di cultura fisica. In seguito, si trasferì in Francia, dove nel 1906 iniziò la sua attività letteraria. Arruolatosi volontario nell'Esercito Inglese durante la Prima GuerraMondiale, venne congedato per le gravi conseguenze di una caduta da cavallo durante l'addestramento da ufficiale di artiglieria; due anni dopo, guarito e nonostante non avesse più alcun obbligo militare, chiese nuovamente di potersi arruolare e partì per il fronte francese. Morì in combattimento in Francia, durante un bombardamento di artiglieria, nell'Aprile del 1918.

Il Vampiro

# 0010

Il primo Vampiro
In una serata fredda di inizio estate del giugno del 1816, cinque persone si trovavano in una sorta di esilio forzato presso Villa Diodati in Svizzera, nelle vicinanze del lago di Ginevra.
Queste persone erano: Lord Byron, Claire Clairmont – compagna di Byron –, il poeta Shelley, Mary Wollonstonecraft Godwin – compagna di Shelley, con il cognome del quale, tempo dopo, firmerà uno dei capolavori di tutti i tempi Frankenstein –, John William Polidori – medico personale di Lord Byron.
L’insigne Lord per allietare ed occupare il tempo in quelle giornate che impedivano la benché minima attività esterna, propose una singolare gara: comporre nel tempo più breve, un racconto che fosse il più terrificante possibile, impresa questa in cui si cimentarono tutti e cinque i presenti.
Tuttavia il maltempo durò meno del previsto e la gara – in quel di Villa Diodati – si concluse senza un effettivo vincitore. Fu il tempo, in seguito, a riconoscere come indiscussa vincitrice di quella “singolar tenzone” la giovanissima Mary Shelley che, con il suo Frankestein, aveva creato un caso letterario destinato ad influenzare per sempre un certo genere di narrativa.
Di Shelley – poeta – non ci è rimasta la produzione di quelle serate, se ne deve dedurre che si cimentò con scarso trasporto alla sfida lanciata dal collega.
Riguardo al Lord Byron, in quelle sere, riuscì a comporre solo un frammento riguardante un’oscura storia di un viaggio verso la Grecia, di una morte improvvisa e misteriosa di uno dei viaggiatori, di un giuramento da rispettare, temi che comunque restarono soltanto accennati.
È a questo punto che entra in scena John William Polidori. Giovane medico dal carattere forte, ma tremendamente incline alla depressione, era al seguito di Lord Byron con cui intratteneva rapporti basati su una profonda intolleranza l’uno per l’altro. In quelle sere di “volontario esilio” presso Villa Diodati, anch’egli si cimentò con una storia, della quale è rimasta traccia solo nei diari dei presenti al tempo.

Tuttavia, tre anni dopo quelle sere di giugno, un anno dopo la pubblicazione del “Frankestein” di Mary Shelley, faceva la sua apparizione un racconto dal titolo semplice ed esplicativo: “The Vampire” (Il Vampiro).
Uno scherzo del destino, il caso, una semplice coincidenza pregnata dalla buona fede di tutti i coinvolti, vollero tuttavia che il racconto fosse presentato all’editore con la firma di “Lord B.”, da cui scattò l’attribuzione della novella a Lord Byron.
Il reale autore del racconto era invece il giovane John William Polidori, che rimasto colpito dal frammento di Lord Byron, prodotto nelle ormai famose serate del giugno del 1816, ne volle riprendere ed approfondire i temi.

La storia presentata da Polidori, tuttavia, risente tutta di una certa fretta e approssimazione nella composizione (soli tre giorni, ammette l’autore in un passo del suo diario). I personaggi sono accennati, mancano di una vera e propria dimensione psicologica e risultano passivi, in una storia in cui un pizzico di dinamicità avrebbe introdotto un ulteriore elemento di suspence ben calzante.
Personaggio di spicco del racconto è Lord Ruthven (protagonista di un’altra storia vampiresca apparsa anonima e basata su una leggenda scozzese, “La sposa dell’isola”). Questi è un uomo dai modi gentili ma gelidi, con il suo “occhio grigio e freddo come la morte, che pareva posarsi sui volti senza penetrarli e che giungeva, invece, fino ai più riposti congegni del cuore”. Amante delle fanciulle e abile al gioco d’azzardo, non tardò – Lord Ruthven – di farsi notare e di divenire uno dei personaggi più ambiti dei salotti londinesi. Al suo fascino – non certamente fisico, ma morale – non restò insensibile nemmeno il giovane Aubrey, che nel racconto rappresenta l’intima indole caratteriale del “povero Polidori”, nacque così un’amicizia destinata a culminare in un viaggio intrapreso da Lord Ruthven e Aubrey, verso la Grecia. Durante il viaggio la stima dei due uomini cresceva reciprocamente, ma ad un certo punto l’indole nobile di Aubrey ebbe la meglio sui modi discutibili e palesemente insensibili del Lord. Fu così che i due si separarono e proseguirono il cammino ognuno per conto suo. Il viaggio di Aubrey non sarà privo di avventure orribili, tra esse l’incontro con un essere soprannaturale che priverà della vita una ragazza di cui lo stesso Aubrey si stava innamorando.
Arrivato in Grecia il destino volle far rincontrare, nuovamente, i due uomini che, rinsaldando la propria amicizia, iniziarono la scoperta di quella terra antica e misteriosa. Un improvviso attacco da parte dei briganti, mise fine alla vita di Lord Ruthven, il quale prima di morire impegnò Aubrey in un giuramento della durata di un anno: non rivelare a nessuno la sua morte, né le circostanze di essa.
Aubrey, in lacrime, acconsentì. Tornato a Londra, è inimmaginabile la sorpresa di trovarsi innanzi proprio Lord Ruthven, che per giunta stava ammaliando con modi di perfido seduttore la casta e pura sorella di Aubrey.

Non è il caso di approfondire ulteriormente gli elementi prettamente narrativi. Val la pena di soffermarci su quello che, poco più sopra, è stato indicato come una debolezza del racconto, cioè quello di essere approssimativo, frettoloso e tutto sommato poco definito. A voler scendere nei dettagli, è davvero esatto definire come debolezze questi caratteri or ora esposti?
Sinceramente ci si potrebbe aspettare una risposta affermativa, tuttavia deve tenersi presente un aspetto importantissimo.

“Il Vampiro” di Polidori è – unanimemente – riconosciuto come il capostipite del genere, il racconto che per primo ed approfonditamente parlava di vampiri. Le precedenti esperienze sul tema riguardavano una fugace apparizione di un vampiro nel Giaour di Lord Byron. Non c’era, quindi, nulla di prettamente dedicato a tale tema. Fu questa la fortuna principale di questo racconto: l’essere il primo di un genere che di lì a poco si sarebbe affermato. In effetti le genericità del racconto e la frettolosità dell’intreccio narrativo, finiscono col divenire il punto di forza del racconto stesso. Punto di forza che, comunque, va visto come capacità impositiva del racconto stesso a futura memoria. Nel racconto, infatti, emergono delle costanti che influenzeranno – inevitabilmente ed indelebilmente – le future produzioni del genere. Basti vedere alcuni esempi. Il Dracula di Bram Stoker sarà un conte, un nobile, avrà la sua forte ascendenza sulle donne, ci sarà la lotta contro l’essere immondo per salvare la fanciulla di turno. In definitiva – e riportando il discorso sui binari da cui si era mosso – la domanda precedentemente formulata, merita una risposta ben diversa, è proprio questa mancanza di definitività che ha dato la possibilità al racconto di imporsi, che ha fatto si che numerosi scrittori ne risultassero influenzati, vedendo in esso non un cerchio chiuso ma un semplice cannovaccio, a mo delle vecchie e gloriose “commedie dell’arte” basate sull'improvvisazione e sull’uso di maschere e personaggi stereotipati, in cui si consentiva agli artisti di muoversi lungo una traccia predefinita ma di riempire, poi, la scena con i contenuti che via via venivano improvvisati.
E’ come un appunto il racconto di Polidori, un promemoria, una traccia, di quelli che possono essere i temi da sviluppare, un tema che proprio grazie al suo modo di essere “non chiuso” sarà caratterizzato, in seguito, dalla sensibilità dei singoli autori. Se quindi con Polidori abbiamo un vampiro che riesce a sfuggire, con Stoker, invece, abbiamo un vampiro che soccombe e muore, fino ad arrivare con Joseph Sheridan Le Fanu ad un vampiro donna, Carmilla, che nelle sue innumerevoli forme ed identità si atteggerà ad essere il personaggio femminile più terrificante di questo genere di narrativa.

Un ultima notazione merita il personaggio di Aubrey. Può, forzando un po’ il termine, essere definito un eroe romantico. E’ lui che si impegna in un folle giuramento col vampiro, ed è sempre lui che, ritrovandolo inverosimilmente in vita, preferisce soccombere alla follia, che agli occhi degli altri lo consuma, piuttosto che mancare di fede ad un giuramento tra gentiluomini. Resta quindi legato in una dimensione fiabesca, in un indole statica, in un comportamento fatalista e mancante di ribellione e seppur non arrivi – da solo – al gesto estremo tipico degli eroi romantici, si abbandona al suo furore che lo condurrà alla morte. È davvero, a buon diritto, questo giovane Aubrey, l’alterego di Polidori. Anche questi, nella vita reale, ricercando – passivamente – una dimensione di pace interiore incontrava insuccessi e derisioni. I debiti al gioco, contratti nella ricerca di un’effimera affermazione, lo portarono – poi – al gesto estremo del suo suicidio che – in linea con la sua indole e nell’ultimo, riuscito, tentativo di una sua affermazione personale – si procurerà ingerendo un veleno di sua invenzione l’“acido prussico”. Era il 1821, il Vampiro aveva fatto la sua prima vittima reale. “Prima” perché, parte di quei partecipanti alle famose serate di giugno del 1816 morirono in circostanze oscure. Lord Byron morirà colpito da gravi febbri proprio in Grecia (come il Lord Ruthven di Polidori), il poeta Shelley, nel 1822, annegherà in un naufragio presso La Spezia. Solo Mary Shelley, sopravvivrà a lungo, ma ancor più a lungo sopravvivrà la sua fama legata alla mitica creatura, Frankestein, che guarda caso non era un vampiro.
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Valutazione: 4 libri
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Scheda Libro
Editore Studio Tesi
Collana Biblioteca Universale
Anno 1995
I^ Pubblicazione 1819
Pagine XXXII (introduzione) + 137
Rilegatura Brossura

Tre topolini ciechi

# 0002


Giallo alla Regola

Tre topolini ciechi è un breve racconto di Agatha Christie del 1925. In questo racconto si possono facilmente notare le tipiche caratteristiche dei gialli della indiscussa regina, fra tutte, il topos della stanza chiusa e quello degli interrogatori dei probabili colpevoli.

La storia è gradevolissima e si apre con l'efferato assassinio della Sig.ra Lyon. Subito dopo, seguendo una costante non nuova nei racconti della grande autrice, la scena si sposta in quella che diventerà il teatro della storia: la pensione "Monkswell Manor". E' qui che appaiono, susseguendosi come se si fosse sulla scena di un teatro, i protagonisti, vittime ed assassini allo stesso tempo.
Molly Davis, la proprietaria della pensione che gestisce, annaspando in questa nuova esperienza, insieme al marito, Giles Davis.
La Sig.ra Boyle, arcigna e petulante, prima pensionante di questa improvvisata locanda.
Christopher Wren, un giovane studente di architettura dai modi strani e dagli incredibili sbalzi d'umore, anch'egli pensionante presso "Monkswell manor".
Il Maggiore Metclaf, maggiore dell'esercito ormai in pensione che ha prenotato la sua stanza presso la pensione e si trova coinvolto nel mistero.
Il Sig. Paravicini personaggio cupo e misterioso che arriva, anche lui, alla pensione.
Tra questi personaggi si nasconde l'assassino della Sig.ra Lyon.
Il Sergente Trotter della polizia investigativa che arriva alla pensione seguendo le indagini della morte della Sig.ra Lyon.
Tra questi personaggi simpatici e non si nasconde l'assassino.
Tutti si muovono lungo le loro storie, con le loro debolezze, le loro paure e sullo sfondo di tutto l'idea di non poter fuggire dalla pensione perchè impazza una tormenta di neve e le linee telefoniche sono cadute. A questo, già di per sé, poco rassicurante quadro di può aggiungere l'ulteriore sottofondo, che quasi emerge dalla pagine, della radio accesa che trasmette notiaziari in cui si parla dell'efferato delitto della Sig.ra Lyon.

Un racconto breve, si diceva. Infatti appena 68 pagine. Ma sono 68 pagine di suspence, azione, paura e anche divertimento. Un giallo alla regola si può ben dire in cui ogni elemento è prudenzialmente bilanciato in un mixer che conquista il lettore, costringendolo a non mollare la presa se non dopo la parola fine!

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Scheda Libro
Editore Mondadori
Anno 2003
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1506
Pagine 238
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 7,80 (al 02/04/2008)
Traduzione Lydia Lax & Marco Papi
Economici. Mondadori 2003
ISBN: 8804521759 / 88-04-52175-9
EAN: 9788804521754


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Valutazione: 5 libri

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