It

# 0045


The Masterpiece
It, di Stephen King, è un capolavoro di narrativa horror. Lungo oltre 1000 pagine (1238, nell'edizione SKe), è un romanzo che non molla mai presa, anche se - va subito detto - in certe parti la storia sembra dilatarsi senza apparente motivo. Ma è un peccato veniale, considerato il valore e lo spessore dell'intero intreccio narrativo.
La storia è quella di sette bambini, tra i 10 e i 12 anni, che hanno fondato il c.d. Club dei Perdenti:
- Bill Denbrough, soprannominato Big Bill, è il capo dei Perdenti. E' un ragazzo mdotato di evindente carisma e forte carattere, nonostante la terribile balbuzie che lo affligge. È, inoltre, ossessionato dal senso di colpa per la morte del fratellino Georgie, della quale si sente responsabile per avergli costruito personalmente la barchetta di carta con cui il bambino giocava quando è stato ucciso da It, nella prima memorabile scena del libro e dell'omonimo film. Possiede una bicicletta, Silver, protagonista di mille scorribande e cimelio ritrovato ben oltre 25 anni dopo e che nonstante il tempo, sarà un oggetto risolutivo ed utile.
- Eddie Kaspbrak, è un ragazzino gracile ed ossessionato dalle cure di una madre iperprotettiva e terrorizzata al pensiero delle malattie e della solitudine. Per questo motivo, Eddie è cresciuto con la convinzione di essere malato di una terribile forma di asma, che in realtà è puramente psicosomatica: la medicina che sua madre e il medico hanno combinato di propinargli, infatti, non è altro che un inalatore riempito di acqua di rubinetto, con una spruzzatina di canfora "giusto per conferirgli quel particolare sapore medicinale". Pur essendo a conoscenza di questa verità, Eddie non riesce a liberarsi della dipendenza psicologica dal suo inalatore, che porta con sé ovunque vada e che diventa persino utile nella lotta contro la bestia.
- Richie Tozier, soprannominato "Boccaccia" (dagli amici) o "Quattrocchi" dai suoi persecutori, ha il terribile vizio di non riuscire a tenere a freno la lingua, nemmeno davanti ai bulli permalosi come Henry Bowers. È il giullare del gruppo, ed ha una discreta abilità nell'inventare imitazioni di stereotipi divertenti (che lui chiama "Voci").
- Ben Hanscom, soprannonimato "Covone", per la sua mole che ricorda quella di un lottatore che portava questo nomer. E' la vittima prediletta degli scherzi dei coetanei, è obeso e particolarmente inviso ad Henry Bowers per via di questioni di compiti in classe. Ama i libri e soffre in silenzio di un'irrimediabile cotta per la bella Beverly, alla quale ha anche inviato una poesia anonima.
- Mike Hanlon, è di colore e ciò lo rende una delle vittime preferite - insieme a Ben - di Henry Bowers. Suo padre è inoltre in lotta da sempre con Butch Bowers, padre di Henry, che negli anni Trenta ha, addirittura, partecipato al rogo del punto di ritrovo per i neri di Derry. E' lui - dopo la strana estate del 1958 - l'unico a restare a Derry a vigilare e vegliare, attendendo il risveglio di It per richiamare gli amici di un tempo.
- Stan Uris, è ebreo, ha una grande passione per l'ornitologia - che gli riesce anche utile contro la bestia It ed ha una mente molto razionale, al punto da essere quello che riscontra maggiori problemi ad accettare la presenza di It, che sconvolge tutte le sue convinzioni sulle leggi fisiche che governano il mondo. In età adultà, il ricordo di It e della sua irrazionale presenza lo sconvolgono al punto da giungere al gesto estremo.
- Beverly Marsh, è l'unica femmina del gruppo, è molto bella ma priva di mezzi economici. È figlia di un padre estremamente violento, che lavora come bidello alla scuola di Derry. In età a dulta sarà moglie di uomo che è un incrocio tra suo padre e Henry Bowers.
Il Club dei perdenti, nell'estate del 1958 si troverà a dover fronteggiare non solo l'oscura minaccia che uccide i bambini, un pericolo senza nome e senza forma., che battezzeranno "It", ma anche la follia sempre più crescente e pericolosa di Henry Bowers. Questi è come anticipato sopra, il bullo del romanzo. E' figlio di un padre completamente pazzo e violento, le cui percosse hanno spinto alla pazzia anche il ragazzino. Nel clou della storia, segue i Perdenti nelle fogne per ucciderli e vendicare la sconfitta subita in una battaglia a sassate, ma viene sorpreso da It e riesce a fuggire solo grazie al sacrificio dei suoi due amici più fedeli, Belch Huggins e Victor Criss). Ritornato in superficie, viene arrestato per l'omicidio del padre e confessa anche gli omicidi degli altri bambini, sebbene sia innocente di questi ultimi: questa confessione lo porta all'internamento nel manicomio criminale di Juniper Hill, dove inizia a sentire la voce della luna ed a vedere il volto di un pagliaccio sorridente ed ammiccante.
Il pericolo, cui i Perdenti devono far fronte, sembra vivere nelle fogne di Derry, cittdina del Maine, da sempre teatro - ciclicamente - di oscuri fatti di sangue e sembra assumere, più frequentemente la forma fisica di un Clown con buffi capelli ed un vestito grigio con pon-pon arancioni: Pennywise, il Clown ballerino. Ma It è anche il lebbroso, il lupo mannaro, un uccello impensabile, è sangue che scorga dalle fogne, è una foto che si anima, è voci, sospiri, palloncini che si muovono. It è tutto e nulla. E' la paura per eccellenza. La paura del buio. Dell'ignoto. Ma è anche desiderio di conoscere. Curiosità, voglia di fare. It assume una sua materialità fisica proprio grazie ai bambini che in esso credono, ma ciò che rappresenta la sua forza potrebbe essere anche il suo tallone d'Achille. Ed It lo sa. Per questo farà di tutto per uccidere i sette bambini. Farà di tutto per ucciderli nel 1958 e farà di tutto per eliminarli, definitvamente, 27 anni dopo quando al suo ritorno, i Perdenti si riuniscono per risconfiggere il male.
La forza della storia sta tutta nella potenza delle menti dei bambini che credendo riescono a compiere le loro imprese. E' altamente simbolici sono i riti che mettono in atto per cercare di sconfiggere It. Così come simbolico è il giuramento che fanno, alla fine della giornata di quell'estate del 1958, tagliandosi i palmi delle loro mani e promettendo di tornare se It si fosse di nuovo fatta viva, pur nella sottile e orribile consapevolezza che non sarebbero stati più insieme.
Ed infatti così è.
It è un romanzo che può ben essere definito una saga. Una saga che si dipana attraverso anni e anni di avvnimenti. Nel romanzo si assiste alla crescità fisica e mentale dei bambini. Alle loro prese di coscienza. Al loro maturare. E' forte, anche, la componente nostalgica. In tutte quelle situazioni - specialmente verso la fine del romanzo - in cui i personaggi hanno la consapevolezza che stanno iniziando a dimenticare e che, a breve, non ricorderanno più nulla l'uno dell'altro.
Le descrizioni offerte da King sono, come al solito, minuziose e puntuali. Consentono di immergersi nella lettura senza difficoltà alcuna. Tutti i personaggi sono ben definiti. I dialoghi sono ben strutturati, mai noiosi.
Forse il romanzo è troppo lungo, alcuni passaggi sembrano superflui, ma tuttavia va certamente detto che la lettura non è mai noiosa. Ha una suspance che cresce, che si alimenta pagina dopo pagina, che attanaglia il lettore e lo cattura.
Un libro da leggere.
Il capolavoro di King, senza dubbio come mole di pagine e complessità narrativa, un romanzo da cui è stato tratto anche un film che - tuttavia- si avvicina poco, malgrado i 278 minuti, allo spessore ed alla complessità del romanzo, che è e resta in ogni caso the masterpiece.
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Valutazione: 5 libri
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Psycho

#0041

Un capolavoro del brivido
"Psycho" di Robert Bloch, primo romanzo di questo brillante autore, è un piccolo capolavoro del brivido. Piccolo solo perchè la storia si dipana in appena 150 pagine. Al giorno d'oggi in cui i thriller sembrano che vadano a peso, questo romanzo nella intensa brevità è capace di spaventare, far riflettere e coinvolgere, costringendo il lettore a non mollare la presa del libro fino alla parola "fine".
La storia è quella di Mary Crane che, coglie un'occasione inaspettata e cerca di impossessarsi di una cospicua somma di denaro per aiutare il proprio amato a saldare un debito contratto e, quindi, sposarsi. Presi i soldi, inzia la fuga della giovane Mary che, però, sbagliando strada è costretta a fermarsi per passare la notte presso il Motel Bates, gestito da un tale, Norman Bates.
Durante la notte Mary viene uccisa, da una misteriosa vecchia, all'interno della doccia, in quella che poi - nella trasposizione cinematografica del romanzo ad opera di Alfred Hitchcock - diventerà una delle scene più famose della storia del cinema. Sparita così Mary inizia la ricerca da parte della sorella Lila, del fidanzato Sam e da parte del detective Arbogast. In un delirio di follia, colpi di scena, suspance e vera paura, Bloch accompagna il lettore, pagina dopo pagina verso il finale che, pur nella sua prevedibilità, risulta semplicemente grandioso ed indovinato per il modo diretto, preciso e senza giri di parole con cui è offerto.
Psycho è senza dubbio un ottimo romanzo. Ben costruito, ben raccontato. I dialoghi sono eccellenti, i personaggi definiti ma su tutti domina Norman Bates, personaggio simbolo, dettagliato in un modo così minuzioso da apparire reale e concreto.
Le ambientazioni sono ben descritte e molto ben azzeccate. Si percepisce, quasi, il tintinnio della pioggia, il ticcehttio dell'orologio, i sapori ed i profumi della piccola cittadina di provincia.
Lo stile narrativo, utilizzato da Bloch è più che perfetto, nessuna sbavatura. Il romanzo scorre fluido, diretto verso la conclusione, coinvolgendo il lettore in modo assoluto.
Un romanzo da leggere e da rileggere, indipendentemente se si è visto - o meno - il capolavoro di Hirchcock.
Ottimo esercizio di pura paura. Ottima storia. Grandi personaggi e soprattutto, tanta, tanta paura.
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Valutazione: 5 libri
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L'urlo di Mary Crane (Janet Leigh) sotto la doccia



La Scala a Chiocciola

#0033


Divertente e piacevole
La scala a chiocciola è un giallo/poliziesco scritto da Mary Roberts Rinehart nel 1908. E' precisamente il romanzo di esordio di quetsa scrittrice americana considerata la regina del poliziesco d'atmosfera.
La storia è ambientata in una villa di campagna del New England che una signora di mezza età, Rachel Innes, affitta per trascorrervi le vacanze estive insieme ai due nipoti, Gertrude e Halsey, e alla fida domestica Liddy, Ben presto, però, si accorge che nell'abitazione c'è qualcosa che non và. Strani rumori notturni, improvvise apparizioni alle finestre, misteriose visite, sembra quasi che la casa sia popolata di fantasmi. Ma i fantasmi, si sa, non sono assassini, e quando una notte Rachel scopre ai piedi della scala a chiocciola il cadavere di un giovane uomo ucciso con un colpo di pistola, si rende conto che il pericolo è ben più grave. Sarà solo dopo numerose altre morti e alcuni avvenimenti apparentemente inspiegabili che i vari misteri saranno risolti.
Il romanzo che è stato a buon diritto inserito sia nell'elenco dei 100 migliori "mystery" di tutti i tempi compilato dal critico inglese H. R. E Keating, sia in quello delle pietre miliari del giallo stilato da Howard Haycraft ed Ellery Queen, offre una lettura agevole, scorrevole e vmalgrado il tema trattato e le numerosi morti anche divertente. Per certi versi lo stile narrativo utilizzato dalla scrittrice americana ricorda quello utilizzato da Gaston Leroux nel Fantasma dell'Opera. I personaggi principali, che si muovo fra le luci e le sinistre ombre di Sunnyside sono:
- Rachel Innes, zitella di mezza età protagonista indiscussa della storia e forse trasposizione narrativa della stessa autrice, dal carattere caustico e dalla battuta sempre pronta è anche capace di commuoversi ed abbandonarsi ad un pianti liberatorio;
- Halsey Innes, nipote di Rachel coinvolto nel mistero avrà un ruolo nella soluzione dello stesso;
- Gertrude Innes, nipote di Rachel il cuore sarà messo a dura prova;
- Paul Armstrong, noto banchiere;
- Arnold Armstrong, figlio del banchiere;
- Louise Armstrong, figlia del banchiere;
- Liddy, la governante di Rachel con cui si becca di continuo in un rapporto pregno di reciproco affetto;
- John Bailey, cassiere della bancha di Armstrong;
- Jamieson, investigatore;
- Alex, giardiniere.
Questi personaggi ciascuno con la propria indole, il proprio carattere e le proprie debolezze e paure, danno vita all'intreccio di storie e trame che culminerà nel segreto che turba le notti alla villa e che malgrado tutto, hanno fatto assaporare il gusto della vita alla attempata Rachel.
Per essere un'opera prima, "La scala a chiocciola" ha spunti di una forza dirompente. Lo stile narrativo è fluido, accattivante, preciso. Nessuna parola è ridondante, nessun dialogo è stucchevole. Tutto è perfettamente dosato. I personaggi hanno un elevato spessore, nel senso che nessuno risulta piatto ma, al contrario, ognuno di essi è dotato di una propria forza che lo rende diverso dall'altro.
La storia è perfettamente congegnata e la parecchia carne al fuoco è poi abilmente raccordata dal racconto fatto sul finire dalla stessa Rachel che colloca ogni tessera del puzzle al punto giusto.
Un romanzo da leggere assolutamente da non perdere. Ottima lettura. Consigliatissimo.
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Valutazione: 5 libri
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Rovine

# 0030


Un Capolavoro di Suspance
Rovine di Scott Smith è un romanzo del 2006. E' un thriller eccellente. Ricco di spunti. Invenzioni. Trovate. Claustrofobico. Inquietante.
Due coppie d'amici, Jeff ed Amy e Stacy ed Eric, sono in Messico per trascorrere due settimane di vacanze. Il ritmo della vacanza è scandito dal mare, dai pranzi e dalle passeggiate. Tutto tranquillo, anche troppo. Così, il gruppo, dopo aver conosciuto un tedesco, Mathias, non esita ad accompagnare questi in un'escursione all'interno della giungla, per cercare il fratello di Mathias partito per una campagna di scavi archeologici. Alle coppie di amici, oltre a Mathias, si unirà anche Pablo, un greco conosciuto sulle spiagge messicane che si trovava lì per vacanza insieme ad altri due amici, che però avrebbero raggiunto il gruppo nella giungla - forse -qualche giorno dopo.
Arrivati, dopo un viaggio ricco di sorprese e forse presentimenti, alla loro meta vengo accolti da una villaggio Maya, abitato da una popolazione ostile e disposta a tutto pur di nascondere un terrificante segreto. Qual è il terribile segreto? I giovani e sprovveduti escursionisti lo scopriranno troppo tardi sulla loro pelle.
Ovviamente la superiore trama è solo una traccia volutamente generica per non rovinare il piacere della lettura di un romanzo ben scritto, ben costruito, perfettamente in grado di mettere paura.
Lo stile narrativo utilizzato da Scott Smith, infatti, è tale che riesce a conquistare subito sin dalle prime pagine. La lettura è agevole e malgrado il libro è tutto scritto senza alcuna divisione in paragrafi o parti, le pagina scorrono via piacevolmente. Anzi si ha - più volte - l'impressione che sia davvero un peccato dover chiudere il libro. I personaggi principali sono quelli, in definitiva, attorno ai quali scorre l'intera vicenda:
- Jeff, un po' l'eroe del gruppo dal carattere forte e deciso, in grado di prendere le decisioni anche più impopolari;
- Amy, la ragazza di Jeff, dal carattere lamentoso ma remissivo;
- Stacy, amica per la pelle di Amy, ragazza molto disibinita e poco riflessiva;
- Eric, il buon tempone del gruppo, il ragazzo di Stacy, carattere gioviale e poco incline alle decisioni critiche;
- Mathias, il tedesco, chiuso, introverso, a volte assente, una sorta di alter ego di Jeff;
- Pablo, il greco, il cui vero nome verrà scoperto nelle ultime pagine del libro. Arrivato in Messico insieme a due amici, decisero di cambiare i loro nomi in qualcosa di più esotico e adatto ai luoghi;
- Juan e Don Quijote gli altri due amici di Pablo, per molte pagine del libro anche se assenti saranno più volte presenti quasi a creare anzi ad amplificare la già esistente, combinazione di isolamento e paura.
Ogni personaggio (almeno quelli che agiscono attivamente nel racconto) è dotato di un personale profilo psicologico che lo rende diverso dagli altri e lo umanizza al punto da renderlo quasi una persona reale. Le descrizioni degli stati d'animo sono semplicemente perfette.
Allo stesso modo ben riuscite sono le descrizioni di tutte le situazioni del romanzo. Il pathos è sapientemente dosato. Le parole sono dosate senza cercare facili impressioni o banali sensazionalismi. Il tutto è perfettamente bilanciato come se fosse la vita "vera" ad essere raccontata, e così la sensazione di soffocamento, come di spire che si avvolgono attorno chi legge (e qui chi leggerà il libro capirà), diventa talmente insopportabile da far - benevolmente ma non troppo - maledire il momento in cui si è iniziata la lettura del romanzo: la lenta discesa all'inferno. E' infatti una lunga, lenta, dissanguante discesa all'inferno. L'inferno della ragione o della negazione della ragione stessa. L'inferno della follia e della lucidità. L'inferno dell'esserci o del non esserci. E così nel più puro e classico topos tipicamente orrorifico, lo scenario in cui si svolge la storia, in questo caso la collina, diventa il non luogo per eccellenza. Il luogo in cui tutto può accadere. Dove tutto ha voce. Il passato, il presente ed il futuro si fondono assieme in un mixer che fa esplodere le vene dei polsi e i fiotti rossi del sangue, si mischiano e confondono coi fiori rossi della vegetazione. E la pioggia puntuale e drammatica, diventa pianto. Pianto disperato. Il tuono diviene urlo. E tutto assume un significato diverso, traslato. Un significato di puro orrore. Un significato che segna il passo alla disperazione, si chiude in sè stesso, si avvolge come un serpente ed è finito. Solo silenzio e buio. Ma solo un attimo, poi tutto ricomincia e quello che è stato è solo ricordo.
Un libro da leggere assolutamente. Da leggere e rileggere. Da assaporare lentamente. Pagina dopo pagina. Goccia dopo goccia. Un libro da vivere, ma soprattutto un libro a cui sopravvivere.
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Valutazione: 5 libri
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Dieci Piccoli Indiani

#0029

... e poi non ne rimase nessuno
Dieci Piccoli indiani, del 1939, è uno dei gialli più famosi della regina indiscussa del genere, Agatha Christie.
Dieci persone si trovano invitate presso una strana e misteriosa isola, Nigger Island (letteralmente Isola del Negro, per via della forma dell'isola stessa che rcirodava vagamente la testa di un negro). Ognuna di queste dieci persone è stata invitata (o assunta) sull'isola da un certo Sig. o Sig.ra Owen, che si firmava U.N. Owen (la cui pronuncia può ricordare vagamente il suono della parola inglese unknown = sconosciuto). Ognuna di queste dieci persone ha un segreto nel proprio passato, segreto che viene platealmente svelato dopo la prima cena sulla misteriosa isola. Misteriosa ancor di più giacchè sin dal primo istante non c'è traccia dei padroni di casa.
Le dieci persone sono:
- il giudice Lawrence Wargrave, stimato e rigoroso giudice ormai in pensione;
-Vera Claythorne, ragazza dai modi a volte decisi a volte ingenui ma con un inquietante segreto;
-Philip Lombard, uomo astuto ed avvezzo a situazioni anche pericolose, dal passato sfuggente e misterioso;
-Emily Brent, vecchia signora, o meglio zitella, timorata di dio, bigotta ed estremamente rigorosa;
-il generale Macarthur, generale ormai in pensione e per tale motivo rammollito;
-il dott. Armstrong, stimato medico, con un piccolo neo nel suo passato;
-Tony Marston, giovane bello ed atletico amante delle belel macchine e delle folli velocità;
-il Sig. Blore, oscuro funzionario di polizia dai modi non troppo ortodossi;
-il Sig. Rogers, maggiordomo della villa degli Owen;
-la Sig.ra Rogers, moglie del maggiordomo.
Già dalla prima sera, accade la prima misteriosa morte che apre la danza macabra scandita - inoltre - dalla sinistra filastrocca (vedi sotto) dei 10 negretti, che come in un gioco pericoloso e fatale, eleiminerà i concorrenti uno ad uno nel peggiore dei modi, insinuando il gelido dubbio e la estrema tensione di non potersi più fidare l'uno dell'altro nemmeno per un istante.
Ed infatti, dopo la prima misteriosa morte, i superstiti si interrogano su cui avrebbe potuto compiere l'omicidio sino a giungere alla conclusione (avvalorata anche dalla circostanza che né sull'isola né in casa vi era altra anima viva fuorché loro) che l'assassino/a fosse per forza uno di loro. Sullo sfondo della vicenda, oltre alla sinistra filastrocca, la cui musicalità quasi bambinesca contratsa con il sinistro presagio che reca con sè, vi sono dieci statuette di porcellana in bella vista sul tavolo del soggiorno che - misteriosamente - spariscono una ad una seguendo il ritmo scandito dalle morti dell'isola.
Non è - ovviamente - il caso di svelare altri elementi della trama per non guastare irrimediabilmente il gusto della lettura, ma qualche parola è certamente d'obbligo non solo sull'intreccio ma anche sullo stile utilizzato salla scrittrice.
Che dieci piccoli indiani, sia un giallo classico non può aversi dubbio. Purtuttavia nella sua cklassicità esce dai soliti schemi in quanto è un giallo in cui manca il tipico personaggio, l'investigatore, che prende in mano la situazione sino allo scioglimento finale. L'indagine sullemorti avvenute sull'isola, quindi, è lasciata ad esclusivo appannaggio dei personaggi stessi i quali - ciascuno con la propria indole e le proprie debolezze - formulano le proprie tesi ora sull'uno ora sull'altro. Questo meccanismo rende possibile una completa assimilazione tra il lettore ed i personaggi, a tutto beneficio della lettura che risulta gradevole, briialnte ed estremamente scorrevole.
Un altro elemento da non sottovalutare è quello della c.d. "stanza chiusa" tipica nella scrittrice inglese, basti pensare a "Tre Topolini Ciechi" od a "Delitto in cielo". L'elemento della stanza chiusa amplifica il pathos del racconto regalando la sinistra consapevolezza che l'assassino non solo sa ben nascondersi, ma è anche -inevitabilmente - uno dei presenti con cui giocoforza gli altri personaggi devono interagire e convivere loro malgrado.
Così, la casa, l'isola, le stanze, diventano luoghi convenzionali, o se meglio si preferisce dei non luoghi per eccellenza. Uno di quei luoghi in cui tutto può accadere e tutto, in effetti accade. E' un po' come se tutte le persone siano state irrimediabilmente segnate a morte nel momento del loro arrivo alla banchina del traghetto che li avrebbe portati sull'isola. Sul punto è abile la Christie a mettere quì e là citazioni o labili anticipazioni, che nel contesto in cui sono inserite sembrerebbero anche fuori posto ma che invece, nel complesso, risultano elementi che rafforzano la sensazione di suspence che si respira dalla prima all'ultima pagina del romanzo. Al riguardo si può, certamente, ricordare la "profezia" del vecchio ubriaco incontrato sul treno da Blore:

"Minaccia Burrasca. Lo sento al fiuto".
"Ma no è una giornata magnifica".
Il vecchio insistette, collerico: "Minaccia Burrasca. Lo sento al fiuto".
...
"State all'erta e pregate" disse "state all'erta".
...
"Dico a lei giovanotto. Il giorno del giudizio è vicino".
Ed ancora nella sinistra descrizione del battello che traghettava i personaggi sull'isola e del suo traghettatore, novello caronte - questo è certo - che ha condotto le anime ormai perse alle rive dell'estremo giudizio. E che di giudizio ineffabile si tratti non può esservi dubbio, lo stesso traghettatore, infatti, osserva i personaggi uno per uno classificandoli ed etichettandoli e meravigliondosi per il loro essere così diversi dai frequentatori abituali dell'isola.

In sostanza un romanzo da leggere assolutamente e, perchè no?, da rileggere. Consigliatissimo per il periodo estivo nelle caldi notti o negli afosi giorni sotto l'ombrellone. Un libro, dunque, che sa regalare ben più di un isolato brivido.
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Valutazione: 5 libri
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Curiosità: il titolo del romanzo in italiano è Dieci piccoli indiani, in realtà avrebbe dovuto essere dieci piccoli negretti, ma poi fu cambiato perchè avrebbe suonato un po' troppo razzista. Infatti i riferimenti razzisti sono - purtroppo - evidenti, laddove si consideri che anche l'siola - come detto - teatro della morte e dell'estremo giudizio, luogo di arrivi ma non di ritorno, era appunto chiamata Nigger Island, isola del negro.
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La Filastrocca
Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
Fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
Se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.
I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
a un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

[traduzione di Augusto Raggio, traduttore della versione teatrale di questo romanzo, ("Il Dramma", 1° aprila 1974), da Agatha Christie, Dieci Piccoli indiani, Oscar Mondadori, 2008 pag. 23-24]

Giro di Vite

# 0020

Una spirale che si conficca nella mente

Una storia di fantasmi in piena regola. Paura e terrore dosati con mano magistrale dall’autore che crea, così, un racconto semplicemente spaventoso in perfetta assonanza con la tradizione gotica.Giro di Vite, è la storia di due bambini (Flora e Miles), e già la scelta di due giovani protagonisti amplifica i connotati di paura e tensione, in virtù del contrasto che si crea tra la purezza e semplicità – rappresentata dai bambini – e la maligna presenza dei due malvagi fantasmi, che appunto individuano nei due bimbi le loro vittime. Accanto ad essi, vi è la figura della giovane istitutrice chiamata ad educare nel periodo estivo i due bambini. Ed infine è degno di nota anche il personaggio della Sig.ra Groose, governante, attempata che nei modi rassegnati e calmi, mostra di sapere ed accettare più di quanto ammetta essa stessa.

La storia è breve, circa 153 pagine. Ma è ricca di spunti. Di contenuti. Di dialoghi ben costruiti con il linguaggio tipico dell’ottocento. Si percepisce, quasi, in alcuni passi, in alcuni dialoghi, una sorta di attrazione innaturale e quasi morbosa che legherebbe Miles alla giovane istitutrice. Ma tutto ciò è solo accennato. Nulla di esplicito e purtuttavia, resta il dubbio, legittimo, che proprio in quelle circostanze, in quei dialoghi dentro il corpo del piccolo Miles, vi sia l’anima di uno spirito immondo che lo spinge a cose, anche inadatte, per la sua giovane età.

E’ un racconto nero. Che spinge i suoi legami tra il soprannaturale e la più viva realtà. Nulla è eccessivamente enfatizzato e ciò rende ancor di più reale ciò che da James viene raccontato.

Perfetta, apprezzabile e di sicuro impatto è la scelta dell’autore di dare un prologo alla storia, in cui un gruppo di persone innanzi ad un camino, passa il tempo racontando storie di fantasmi. Viene quasi istintivo un breve parallelismo con gli incontri che si tennero a Villa Deodati in Svizzera nella fine primavera del 1816, e da cui ebbero origine alcune delle migliori produzioni horror che la letteratura mondiale abbia mai conosciuto, su tutte il Frankestein di Mary Shilley ed Il Vampiro di Polidori. Tornando al prologo della storia, è importnate sottolineare come sin da subito l’autore, insista su elementi di orrore e tensione che, da quelle prime pagine, appare palpabile ed evidente. Uno dei personaggi, quindi, per nulla stupito dai racconti sino a quale momento uditi, inizia a raccontare una storia che, a suo dire, ha sentito da un amico, il quale a sua volta l’avrebbe letta da un diario. Si ha quindi una spersonalizzazione dell’io narrante, in virtù di questo triplo passaggio, narratore attuale-narratore precedente-narratore del diario, che consente al lettore di concentrarsi solo ed esclusivamente sulla storia che proprio per questa indole di essere tramandata, assume gli affascinanti connotati della storia troppo interessante per non crederla vera. Un po’ come accade per le leggende metropolitane. Sono storie inverosimili a cui però un po’ tutti, alla fine, vorrebbero credere. E tutto, quindi, si concentra nel motivo di fondo del prologo: cosa ci può essere di più orribile di una storia di fantasmi che coinvolge due bambini?

“che ne direste di due bambini?”.

E da questa semplice, eppure orriile, considerazione si apre la carica emotiva del racconto, che scorre lungo pagine senza mai cadere nelle ripetizioni o negli ostentati elementi horror.

Lo stile narrativo è preciso, coinvolgente e scorrevole. Nessuna parte può definirsi noiosa. Forse – a volte – è un po’ ridondante, specialmente in alcuni dialoghi dove espressioni amplificate e dolcezza ostentata, sembrano rubare qualcosa alla storia. Ma così non è. Questo è, infatti, solo una conseguenza tipica del linguaggio – tipicamente ampolloso – di quel periodo, un linguaggio che a ben vedere, conferisce alla storia di James la giusta collocazione storia, sottolineando ancor di più – proprio ancora una volta per il contrasto che si crea tra i canoni mielosi del linguaggio e le atrocità raccontate – la carica orrorifica che impregna ogni singola pagine. Non si deve, infatti, dimenticare che si tratta, pur sempre, di una vera e propria storia di fantasmi. Fantasmi cattivi. Sorprende e non poco, tuttavia, il coraggio e la intelligenza, messa in luce dalla giovane istitutrice che per nulla spaventata dalla sinistre apparizione (o comunque poco spaventata dalle stesse) non esita ad interrogarsi, a chiedere, finanche a mettere sotto torchio la Sig.ra Groose, al fine di sapere la atroce verità che si sta, comunque, dipananado innanzi ai suoi occhi. Di notevole levatura narrativa sono le parti in cui, con un’abilità che può ben definirsi gotica, James descrive le sinistre apparizioni degli spettri e le, cupe, ripercussioni che essi hanno sui protagonisti della storia.

Tutti i personaggi, come sopra accennato, malgrado le poche pagine del raccoto, sono tratteggiati ciascuno con i propri elementi psicologici e con il loro spessore, al punto che non sarà affatto difficile riconoscerli nei dialoghi loro attribuiti.

Sullo sfondo di questa orrorifica vicenda, ci sta, in puro ossequi alle mode del tempo, una storia d’amore. Stria d’amore platonico tra la giovane istitutrice e lo zio dei bimbi. Una storia di lettere e sospiri e pensieri e promesse mai fatte. Una storia evanescente e fatua come il più ingenuo dei sogni. Ed, ancora una volta, la dimensione pseudo onirica di questa storia d’amore, stride, contrasta ma ben si incastra con la storia di fantasmi che domina l’intero racconto. Un gioco degli opposti, quindi, che attrae e coinvolge. Allontana e cattura.

Un ultima notazione il titolo “Giro di vite”. Non è facile spiegarlo. Nel prologo si avverte la sensazione che con tale termine ci si riferisca ad una sorte di iperbole drammatica. Un qualcosa che penetra – proprio come fa la vite nel legno – e scava. Che si innesta nella mente. Procurando le giuste dimensioni per riflettere e considerare le atrocità. Una storia di fantasmi con un bambino aggiunge un “ulteriore effetti di giro di vite”, nel senso che la storia, già di per sé horror, per la presenza di un bambino – per il contrasto sottolineato in apertura di questo scritto – si arrichisce ancora di più di tensione e paura. Il doppio, quindi, se i bambini sono due 8così come i fantasmi).
“E’ ovvio che due bambini equivalgono a due giri di vite”.
Il massimo della paura, quindi.

La vite si conficca. Penetra e fa male. Ma fissa. Consolida. Il suo metallo si immerge dentro le anime, rapendole nella spirale della sua filettatura. Una spirale di male, presenze, ombre inquietanti e su tutte danza – con passo leggero da infida ballerina armata di stiletto – la morte che arriva, come nella vita, quando meno la si aspetta.
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Valutazione: 5 libri
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L'elenco telefonico di Atlantide

# 0009


Avoledo, sorpresa ed eleganza
“Avoledo! Chi era costui?”, parafrasando un famoso incipit di uno dei capitoli più interessanti di “I promessi sposi” – l’ottavo per dovere di cronaca –, chissà quanti si sono posti questa domanda. Io fra questi. Vedevo, nel lontano 2003, nelle librerie e nelle riviste di settore, l’ammiccare invadente di quella copertina metà gialla, metà azzurra, con quel titolo così arrogante e ambizioso e quel nome così sconosciuto, dai vaghi riflessi spagnoleggianti, il tutto scritto con quel carattere che sa d’antico, il Courier, che nel complesso tradisce una scelta grafica studiata nel dettaglio.

Cos’è mai “L’elenco telefonico di Atlantide”? Mi chiedevo.
Che sia un saggio pseudoscientifico, che – non è mai troppo tardi – dia ragione alle letture del profeta di Atlantide, Edgar Cayce…
Che sia una trovata pubblicitaria delle compagnie telefoniche, che so, un mezzo per globalizzare le linee…
Che sia, ancora, una diabolica trovata volta a riunire in un unico libro tutti gli utenti registrati alla chat C6…
Niente di tutto ciò, la risposta era sulla copertina stessa, discretamente celata e quasi fusa in quella felice scelta di colori, concretizzata in appena sette lettere: ROMANZO.
Parola di certo impegnativa, ma capace di solleticare e sollecitare, l’interesse di chi, abitualmente, divora i libri come generi di prima necessità.
Premessa d’obbligo, a mo di scusa, per giustificare – qualora ve ne fosse bisogno – il desiderio di possedere una copia di quel romanzo, che ormai stava diventando un ossessione.
525 pagine, divise in 31 capitoli più una coda. Già da questi pochi numeri si intuisce un progetto narrativo abbastanza impegnativo. Ogni capitolo è contraddistinto da una citazione, da quelle comiche a quelle più filosofiche o religiose.
Tra queste pagine si snoda la storia.
La storia di Giulio Rovedo, che palesemente mostra di essere una sorta di alterego dell’autore, e non solo per l’assonanza dei nomi. Così come l’autore anche Rovedo è avvocato e lavora come legale in una banca. Una banca del Nord-Est, il ricco Nord-Est Italiano.

La storia inizia con Rovedo alle prese con i soliti guai dell’esistenza umana: il rischio di un trasferimento improvviso a seguito di una fusione societaria, problemi di coppia con la moglie, il figlio di salute cagionevole, un amico che sta morendo – lentamente – di AIDS, beghe condominiali con un vicino chiassoso e alquanto strano. A ciò si aggiunge, ben presto, un altro fatto, di per sé insignificante: un Hacker mette in atto un tentativo, molto strano, per ricattare la banca in cui è legale Rovedo, registrando un dominio on line con la sigla della banca e diffondendo, dapprima notizie diffamanti sulla banca stessa ed in seguito riempiendo il sito di immagini Hard di tutte le specie. Toccherà a Giulio, su incarico dei suoi superiori di colpo ostili e misteriosi, cercare un contatto diretto con il ricattatore che, per altro, non fa mistero del fatto che è con Giulio che vuole trattare.
Dall’incontro con l’Hacker, il buffo Maurilio Calzavara, la vita di Giulio Rovedo, legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave (detta CCCTP), muta drasticamente.
Di colpo Giulio viene proiettato in un ginepraio di situazioni al limite della credibilità e piene zeppe di personaggi ambigui e tremendamente convinti di ciò che professano.
Il professor Libonati, l’uomo del treno, che racconta a Giulio una storia inverosimile di dei e demoni egizi, dell’Arca dell’Alleanza e del Santo Graal, di Nazisti e di Ebrei.
Cecilia Mazzi, funzionaria di Bancalleanza, la società che sta procedendo all’incorporamento della CCCTP, donna minuta ma assatanata, di cosa? Bhé, basta cercare una parola che faccia rima con il suo cognome (e di questa piccola divagazione, nella lettura del libro capirete perché).
Amon Gottman, pallido e slavato, quanto cinico e spietato, alto funzionario di Bancalleanza, che porta il nome di uno dei più potenti dei della cosmogonia egizia.

E ancora, l’acqua del condominio Nobile, dove abita Giulio, che di colpo pare faccia guarire dai mali, i pellegrinaggi della gente per riempire bottiglie d’acqua e gli ex-voto per chiedere una grazia, i politici in cerca di consensi, i condomini che cercano di sfruttare l’evento economicamente… uno spaccato d’Italia, dunque, valido ovunque senza particolari collocazioni geografiche.
Queste sono le basi della storia, che non è il caso di approfondire ulteriormente per non togliere il gusto di leggerla e di vederla dipanarsi pagina dopo pagina.
Non è un luogo comune o un eccesso d’enfasi nei confronti della storia, aver utilizzato il termine “vederla”, è semplicemente un modo esplicito per porre l’accento su una delle migliori qualità espresse da Avoledo nella composizione di questo suo romanzo. In effetti scorrendo le pagine, non è affatto difficile vedere le scene prodursi innanzi agli occhi e questo, stranamente, senza che l’autore si abbandoni in descrizioni minuziose e particolareggiate. Avoledo mostra di avere la dote, rara negli scrittori di grido non solo italiani, di saper focalizzare il racconto su alcuni particolari essenziali e lasciare il resto ad uso e consumo del lettore. È proprio questo, in fin dei conti, ciò che consente al racconto di mostrarsi ai nostri occhi come un collage di scene, montate dall’abile mano dell’autore, che ne diviene quindi anche regista.
Altra notazione di sicuro merito che va fatta al novello romanziere, è quella di aver saputo coniugare ironia, suspense ed eleganza narrativa senza mai scendere a compromessi con nessuno di questi aspetti.

Sarebbe stato facile, infatti, per l’autore, abbondare in situazioni ironiche e divertenti potendo avere dalla sua l’attenuante dell’opera prima.
O ancora avrebbe potuto attingere a piene mani dal genere, per adesso imperante, “thriller” inserendosi nella già affollata schiera di autori a ciò dediti.
E invece ha scelto l'eleganza. L’eleganza di una scrittura pulita, agile e mai doma. L’eleganza di autore capace, eppure umile, delle parole ricercate che, tuttavia, non stonano affatto nel contesto in cui sono inserite.
L’eleganza di uno stile capace di condurre per mano attraverso le 525 pagine, di far arrivare alla fine del capitolo 31, contenti di come si sia risolto il tutto; capace di osare a spingere il lettore fino alla “coda” del libro. Coda in cui, l’eleganza presenta un altro importante elemento che, probabilmente sarà una costante delle storie di questo autore, la sorpresa.
Sorpresa fine, sottile e tagliente. Come i telefilm di qualche anno fa “Il brivido dell’imprevisto”. Una sorpresa che arricchisce l’intero racconto, lo rende romantico, dolce, e palesa – nell’autore – una sensibilità di scrittore che può far ben sperare riguardo le produzioni future.
(recensione originale, dell'autore del presente sito, del 13.11.2003)

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Valutazione: 5 libri
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Scheda Libro
Editore Sironi
Anno 2002
Collana Questo ed altri mondi
Rilegatura rigida con sovraccoperta
Pagine: 525
ISBN: 978-88-518-0012-3
Prezzo di copertina: € 15,30 (al 04/04/2008)

Il Fantasma dell'Opera

# 0007

Un piccolo capolavoro
Il Fantasma dell’Opera è un romanzo di Gaston Leroux del 1911. E’ un romanzo singolare che, da subito, si impone al grande pubblico per la sua trama originalissima ed imitata nel tempo numerose volte. Il fantasma dell’Opera, è infatti il libro che vanta, non solo il più alto numero di imitazioni (più o meno riuscite) ma anche quello che può fregiarsi – probabilmente dopo il Dracula di Bram Stoker – del più alto numero di riduzioni cinematografiche. Sono, infatti, ben 9 ad oggi i tentativi di portare sul grande schermo il popolare romanzo di Leroux, fra tutte la più bella e la più fedele al testo originale resta quella del 1925 con uno straordinario Lord Chaney.

La storia narrata nel romanzo e, ovviamente, una storia d’amore. La storia d’amore di Erik (il fantasma dell’Opera) costretto a nascondere le sue orribili fattezze dietro una maschera che ne amplifica ancor di più il mistero, per Christine, la giovanissima e inesperta soprano del Teatro dell’Opera di Parigi, che è appunto il luogo in cui si dispana la storia intera. Non è il caso, per non rovinare il piacere della lettura di questo piccolo capolavoro, di svelare altri dettagli della trama.

È, invece, senza dubbio interessante mettere nella dovuta luce la sapienza narrativa di Leroux che riesce a miscelare perfettamente, con precisione certosina, diversi generi narrativi. Ed infatti nell’opera di Gaston Leroux è possibile scoregere i tipici elementi della commedia, dell’avventura, del poliziesco, del giallo e persino del grandguignol (genere di teatro drammatico, in voga nell’Ottocento in Francia, in cui dominavano elementi macabri e raccapriccianti). All’autore va senz’altro, inoltre, il merito di aver saputo raccontare con dovizia di particolari “Il Teatro dell’Opera di Parigi” dai piani alti agli infimi sotterranei, popolati dai più singolari e caratteristici personaggi, svelando inoltre dei segreti tecnici interessanti e curiosi che, se da un lato nulla conferiscono alla storia raccontata nel romanzo, dall’altro hanno l’indiscusso merito di farla apparire vera e reale.

La narrazione, come più sopra accennato, è una macchina perfetta che riesce a bilanciare, ancora una volta, sapientemente, anticipazioni e digressioni creando, tensione ed attesa con le une e conferendo spessore e veridicità al racconto con le altre. C’è stato chi ha proprio a tal proposito, paragonato il lavoro svolto da Leroux sulla carta a quello che il grande Hitchcock effettuava nelle sue pellicole (v. Il Fantasma dell’Opera, introduzione di Vieri Razzini, pag. 13, ed. Newton & Compton, 1996).

In definitiva “Il Fantasma dell’Opera” è un romanzo da leggere. Da leggere con la consapevolezza di andare incontro ad una narrazione fluida e scorrevole. Senza intoppi. Senza cali di tensioni. Senza pause. Una narrazione, ed una storia, che conquistano, intrigano e coinvolgono in un sottile gioco di luci ed ombre, che proiettano il lettore all’interno delle sale del Teatro dell’Opera di Parigi alla ricerca del mostro.

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Valutazione: 5 libri

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Brevi note biografiche sull’autore.

Gaston Keroux nasce a Parigi nel 1868. Laureatosi in legge ed avviato alla professione di avvocato, ben presto si dedico esclusivamente al giornalismo. Divenne, infatti, giornalista giudiziario e, durante la guerra, corrispondente di guerra del “Matin”. Nel nostro paese, oltre che conosciuto – ovviamente – per “Il Fantasma dell’Opera” è ben noto come autore di polizieschi su cui spiccano, per trama e stile, “Il Mistero della camera Gialla” del 1908 ed “Il Castello Nero” del 1916. Dopo una vita ricca di successi e soddisfazioni, gaston Leroux morì a Nizza il 15 aprile del 1927.

Scheda libro

Editore Newton & Compton
Anno 1911
Anno edizione 2006
Collana Biblioteca Economica Newton
Numero 118
Pagine 258
Rilegatura brossura
Prezzo € 5,00 (al 2006)
ISBN 88-8289-112-7

Il Cacciatore di Aquiloni

# 0004


Quando in cielo volavano solo gli aquiloni...

Il cacciatore di aquiloni è il primo romanzo di Khaled Hosseini, scrittore americano ma di chiare origini afgane. E di Afghanistan si parla in questo struggente romanzo, al punto che è stato definito come il “primo romanzo epico afgano”.
Il romanzo racconta la storia di Amir, un ragazzo afgano pashtun di Kabul l’io narrante della intera storia, e del suo senso di colpa per il suo amico, Hassan, figlio del suo servo hazara. Sullo sfondo di questo canovaccio, che costituisce, difatti, la trama principale, vengono ripercorse con dovizia di verità storica tutti gli eventi che hanno cambiato la storia dell’ Afghanistan, segnandone il declino:la caduta della monarchia, l'invasione russa, l'esodo di massa verso il Pakistan e il regime talebano.

I personaggi principali sono:

-Amir è il protagonista del romanzo, l’io narrante, che crede di essersi lasciato alle spalle una triste storia, ma quando meno se lo aspetta il passato torna per pareggiare i conti.
-Baba è il padre di Amir, uomo forte, che suscita in Amir una profonda ammirazione.
-Rahim Khan: il migliore amico di Baba e socio in affari. I due passano tanto tempo insieme a fumare tabacco ed a commentare gli eventi che stanno cambiano le loro vite e quella del loro paese.
-Hassan è l’amico di Amir, quello verso il quale Amir proverà un forte senso di colpa e per il quale deciderà di compiere delle scelte importanti.
-Assef, un amico di infanzia di Amir che inevitabilmente sarà l’ago della bilancia del destino di Amir e di Hassan.

Gli altri personaggi come Soraya, la moglie di Amir adulto, e Ali il padre di Hassan pur rivestendo nel romanzo una parte marginale, conferiscono al racconto spessore e realismo. Ciò è, senz’altro, anche merito della splendida tecnica narrativa utilizzata da Hosseini e, perché non riconoscerlo?, sapientemente evidenziata dalla eccellente traduzione che, nella edizione PIEMME, è di Isabella Vaj. Le pagine, 394, scorrono via una dopo l’altra, avvincendo il lettore in una morsa di emozione che in certe parti del racconto assume toni così drammatici, da essere in grado di colorare gli occhi di rosso.

Nessuna parte è pesante. Ogni parola è al posto giusto. I periodi sono brillantemente bilanciati. I ritmi narrativi seguono, abilmente, i ritmi delle scene raccontate e ciò unito, come detto alla tecnica narrativa dell’io narrante, conferisce a tutto il romanzo una carica amotiva talmente ampia che non sarà difficile, per il lettore, immedesimarsi con il protagonista, fino a condividerne i più intimi sentimenti. Un romanzo da leggere assolutamente. In fretta. Il più presto possibile. Per imparare a conoscere la storia di un paese dove un tempo il cielo era solcato solo da aquiloni e non da aerei da guerra.

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Scheda libro

Editore PIEMME
Pubblicazione novembre 2006
Collana Narrativa - Serie Varia
Rilegatura: brossura con sovraccoperta
Formato 15x23 cm

Pagine 416
Prezzo €22,00 (al 02/04/2008)
Traduzione Isabella Vaj
Brossura. Piemme 2004.
ISBN: 8838481725 / 88-384-8172-5
EAN: 9788838481727

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Valutazione: 5 libri

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Curiosità:
Nel 2007 è stato realizzato un omonimo adattamento cinematografico, diretto da Marc Forster e sceneggiato da David Benioff per la Dreamworks, di Spielberg.Uscirà il 28 marzo 2008.


Tre topolini ciechi

# 0002


Giallo alla Regola

Tre topolini ciechi è un breve racconto di Agatha Christie del 1925. In questo racconto si possono facilmente notare le tipiche caratteristiche dei gialli della indiscussa regina, fra tutte, il topos della stanza chiusa e quello degli interrogatori dei probabili colpevoli.

La storia è gradevolissima e si apre con l'efferato assassinio della Sig.ra Lyon. Subito dopo, seguendo una costante non nuova nei racconti della grande autrice, la scena si sposta in quella che diventerà il teatro della storia: la pensione "Monkswell Manor". E' qui che appaiono, susseguendosi come se si fosse sulla scena di un teatro, i protagonisti, vittime ed assassini allo stesso tempo.
Molly Davis, la proprietaria della pensione che gestisce, annaspando in questa nuova esperienza, insieme al marito, Giles Davis.
La Sig.ra Boyle, arcigna e petulante, prima pensionante di questa improvvisata locanda.
Christopher Wren, un giovane studente di architettura dai modi strani e dagli incredibili sbalzi d'umore, anch'egli pensionante presso "Monkswell manor".
Il Maggiore Metclaf, maggiore dell'esercito ormai in pensione che ha prenotato la sua stanza presso la pensione e si trova coinvolto nel mistero.
Il Sig. Paravicini personaggio cupo e misterioso che arriva, anche lui, alla pensione.
Tra questi personaggi si nasconde l'assassino della Sig.ra Lyon.
Il Sergente Trotter della polizia investigativa che arriva alla pensione seguendo le indagini della morte della Sig.ra Lyon.
Tra questi personaggi simpatici e non si nasconde l'assassino.
Tutti si muovono lungo le loro storie, con le loro debolezze, le loro paure e sullo sfondo di tutto l'idea di non poter fuggire dalla pensione perchè impazza una tormenta di neve e le linee telefoniche sono cadute. A questo, già di per sé, poco rassicurante quadro di può aggiungere l'ulteriore sottofondo, che quasi emerge dalla pagine, della radio accesa che trasmette notiaziari in cui si parla dell'efferato delitto della Sig.ra Lyon.

Un racconto breve, si diceva. Infatti appena 68 pagine. Ma sono 68 pagine di suspence, azione, paura e anche divertimento. Un giallo alla regola si può ben dire in cui ogni elemento è prudenzialmente bilanciato in un mixer che conquista il lettore, costringendolo a non mollare la presa se non dopo la parola fine!

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Scheda Libro
Editore Mondadori
Anno 2003
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1506
Pagine 238
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 7,80 (al 02/04/2008)
Traduzione Lydia Lax & Marco Papi
Economici. Mondadori 2003
ISBN: 8804521759 / 88-04-52175-9
EAN: 9788804521754


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Valutazione: 5 libri

Una Storia Semplice

# 0001


Più semplice di così

Una storia semplice
è un romanzo di Leonardo Sciascia, del novembre del 1989, pubblicato poco prima della morte del suo illustre autore. C'è chi lo vede come una sorta di testamento, un testamento non dichiarato, nascosto tra le righe della storia, ma palese, tremendamente palese nella figura della vittima del romanzo, il cavalier Roccella. «Ho trovato.» queste le sue ultime parole, prima di morire. Suicidio secondo tutti, commissario, questore e colonnello dei carabinieri. Non per un brigadiere, Antonio Lagandara, uno dei pochi personaggi ad avere un nome ed un cognome nel romanzo. L'unico ad avere uno spessore suo, a riuscire ad imprimere alla storia un ritmo incalzante, almeno sino ad un certo punto.

Sebbene l'intera storia sia raccontata in terza persona, non è difficile notare come in certi passaggi, si ha come la sensazione che si assista al romanzo con gli occhi del brigadiere. Ed attraverso i suoi occhi e ai suoi pensieri, si insinua nel lettore un dubbio, che si fa forte e insolente fino ad assumere i contorni di una triste certezza. Ed il dubbio nasce dal punto dopo la frase «Ho trovato.» Un punto pesante, grande come un macigno, un punto che può voler dire molto. E poi c'è un quadro sparito e poi riapparso, arrotolato frettolosamente. E le lettere di Pirandello che «a diciotto anni, pensava quello che avrebbe scritto fin oltre i sessanta». E quelle di Garibaldi. Lettere care al Roccella tornato al suo paese solo per il gusto di riaverle, e nella ricerca di quelle "Ha trovato." Ma trovato cosa? E' questo che alla fine caratterizza la storia intera: la ricerca. Si cerca, e si trova. Si trova ora un indiziato, un uomo con una Volvo, capitato per caso in mezzo ad "Una storia semplice" fin troppo semplice per tutti ma non per lui. E si trova un cadavere, e poi altri due alla stazione, ed il treno fermo per uno stop che non vuole più spegnersi. E si trova uno strano «odore di zuchero bruciato, di foglie di eucalipto macerate, di alcool: qualcosa di indefinibile, insomma». E si trova un interruttore, nascosto dietro una statua di Sant'Ignazio. Un interrutore cercato e trovato, ma dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato, nel modo sbagliato. E si apre un nuovo meccanismo che arrivato alle estreme conseguenze (che qui non si vogliono volutamente rivelare per non rovinare il piacere della lettura), porterà alla soluzione più semplice, già perchè di "una storia semplice" si tratta.

E che dire del prete all'antica, Don Cricco? «Uno dei pochi preti che ancora vestono da preti», apparso così nella storia in modo troppo semplice per essere casuale. Lo stesso Don Cricco che chiede, incontrando l'uomo della Volvo appena rilasciato, "angosciosamente ilare", «Mi pare di conoscerla: lei è della mia parrocchia?». E una risposta negativa, frettolosamente data, che si dissolve con la calma derivante dalla riacquisita libertà. Che si scioglie nel fragore di una frenata per un dubbio che si fa certezza. E nella certezza dell'assurdo gioco a cui l'uomo della Volvo aveva assistito, si apre la vera conclusione della storia, con l'uomo della Volvo che "Riprese cantando la strada verso casa".


Una storia semplice e breve, dunque. Una cinquantina di pagine, in cui pur nell'evidenza della loro scomoda presenza, la Mafia e la Droga - protagoniste - non sono mai nominate. E' tutto un gioco di accenni, di indicazioni nascoste a volte, e palesi altrettante. Un gioco in cui i personaggi si muovono lungo una linea, dalla quale è pericoloso uscire. Tutti alla fine, chi, più chi meno, cercano di imprimere alla storia una svolta. Ed il brigadiere che appare eroe, finisce con il rinunciare di esserlo nella considerazione che la semplicità di una storia, di un evento fortuito, è spiegabile più facilmente della verità a volte. E l'altro quasi eroe, l'uomo della Volvo, resta tale solo per l'esiguo spazio di sette righe. Allora, sempre nella ricerca che affanna l'intero racconto, se un eroe si vuol trovare, questo è il busto di Sant'Ignazio. La sua scomoda ed ingombrante presenza, svela per un attimo la complessità della storia. Ma solo per un attimo. Perché è solo un busto, una statua.

E poi tutto si dissolve e torna alla normalità, alla semplicità, alla semplicità di una considerazione che vola dalle labbra del magistrato, che suona quasi come un rimprovero per tutto il polverone alzato: «Che cretino!». Più semplice di così...

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Scheda Libro


Editore Adelphi
Collana Piccola biblioteca Adelphi
Formato Tascabile
Pagine 66
Anno 1989
Prezzo € 7.50 (al gennaio 2008)
EAN 9788845907296
Economici. Adelphi 1989.
ISBN: 8845907295 / 88-459-0729-5
EAN: 9788845907296


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Valutazione: 5 libri

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