La Scala a Chiocciola

#0033


Divertente e piacevole
La scala a chiocciola è un giallo/poliziesco scritto da Mary Roberts Rinehart nel 1908. E' precisamente il romanzo di esordio di quetsa scrittrice americana considerata la regina del poliziesco d'atmosfera.
La storia è ambientata in una villa di campagna del New England che una signora di mezza età, Rachel Innes, affitta per trascorrervi le vacanze estive insieme ai due nipoti, Gertrude e Halsey, e alla fida domestica Liddy, Ben presto, però, si accorge che nell'abitazione c'è qualcosa che non và. Strani rumori notturni, improvvise apparizioni alle finestre, misteriose visite, sembra quasi che la casa sia popolata di fantasmi. Ma i fantasmi, si sa, non sono assassini, e quando una notte Rachel scopre ai piedi della scala a chiocciola il cadavere di un giovane uomo ucciso con un colpo di pistola, si rende conto che il pericolo è ben più grave. Sarà solo dopo numerose altre morti e alcuni avvenimenti apparentemente inspiegabili che i vari misteri saranno risolti.
Il romanzo che è stato a buon diritto inserito sia nell'elenco dei 100 migliori "mystery" di tutti i tempi compilato dal critico inglese H. R. E Keating, sia in quello delle pietre miliari del giallo stilato da Howard Haycraft ed Ellery Queen, offre una lettura agevole, scorrevole e vmalgrado il tema trattato e le numerosi morti anche divertente. Per certi versi lo stile narrativo utilizzato dalla scrittrice americana ricorda quello utilizzato da Gaston Leroux nel Fantasma dell'Opera. I personaggi principali, che si muovo fra le luci e le sinistre ombre di Sunnyside sono:
- Rachel Innes, zitella di mezza età protagonista indiscussa della storia e forse trasposizione narrativa della stessa autrice, dal carattere caustico e dalla battuta sempre pronta è anche capace di commuoversi ed abbandonarsi ad un pianti liberatorio;
- Halsey Innes, nipote di Rachel coinvolto nel mistero avrà un ruolo nella soluzione dello stesso;
- Gertrude Innes, nipote di Rachel il cuore sarà messo a dura prova;
- Paul Armstrong, noto banchiere;
- Arnold Armstrong, figlio del banchiere;
- Louise Armstrong, figlia del banchiere;
- Liddy, la governante di Rachel con cui si becca di continuo in un rapporto pregno di reciproco affetto;
- John Bailey, cassiere della bancha di Armstrong;
- Jamieson, investigatore;
- Alex, giardiniere.
Questi personaggi ciascuno con la propria indole, il proprio carattere e le proprie debolezze e paure, danno vita all'intreccio di storie e trame che culminerà nel segreto che turba le notti alla villa e che malgrado tutto, hanno fatto assaporare il gusto della vita alla attempata Rachel.
Per essere un'opera prima, "La scala a chiocciola" ha spunti di una forza dirompente. Lo stile narrativo è fluido, accattivante, preciso. Nessuna parola è ridondante, nessun dialogo è stucchevole. Tutto è perfettamente dosato. I personaggi hanno un elevato spessore, nel senso che nessuno risulta piatto ma, al contrario, ognuno di essi è dotato di una propria forza che lo rende diverso dall'altro.
La storia è perfettamente congegnata e la parecchia carne al fuoco è poi abilmente raccordata dal racconto fatto sul finire dalla stessa Rachel che colloca ogni tessera del puzzle al punto giusto.
Un romanzo da leggere assolutamente da non perdere. Ottima lettura. Consigliatissimo.
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Valutazione: 5 libri
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Dieci Piccoli Indiani

#0029

... e poi non ne rimase nessuno
Dieci Piccoli indiani, del 1939, è uno dei gialli più famosi della regina indiscussa del genere, Agatha Christie.
Dieci persone si trovano invitate presso una strana e misteriosa isola, Nigger Island (letteralmente Isola del Negro, per via della forma dell'isola stessa che rcirodava vagamente la testa di un negro). Ognuna di queste dieci persone è stata invitata (o assunta) sull'isola da un certo Sig. o Sig.ra Owen, che si firmava U.N. Owen (la cui pronuncia può ricordare vagamente il suono della parola inglese unknown = sconosciuto). Ognuna di queste dieci persone ha un segreto nel proprio passato, segreto che viene platealmente svelato dopo la prima cena sulla misteriosa isola. Misteriosa ancor di più giacchè sin dal primo istante non c'è traccia dei padroni di casa.
Le dieci persone sono:
- il giudice Lawrence Wargrave, stimato e rigoroso giudice ormai in pensione;
-Vera Claythorne, ragazza dai modi a volte decisi a volte ingenui ma con un inquietante segreto;
-Philip Lombard, uomo astuto ed avvezzo a situazioni anche pericolose, dal passato sfuggente e misterioso;
-Emily Brent, vecchia signora, o meglio zitella, timorata di dio, bigotta ed estremamente rigorosa;
-il generale Macarthur, generale ormai in pensione e per tale motivo rammollito;
-il dott. Armstrong, stimato medico, con un piccolo neo nel suo passato;
-Tony Marston, giovane bello ed atletico amante delle belel macchine e delle folli velocità;
-il Sig. Blore, oscuro funzionario di polizia dai modi non troppo ortodossi;
-il Sig. Rogers, maggiordomo della villa degli Owen;
-la Sig.ra Rogers, moglie del maggiordomo.
Già dalla prima sera, accade la prima misteriosa morte che apre la danza macabra scandita - inoltre - dalla sinistra filastrocca (vedi sotto) dei 10 negretti, che come in un gioco pericoloso e fatale, eleiminerà i concorrenti uno ad uno nel peggiore dei modi, insinuando il gelido dubbio e la estrema tensione di non potersi più fidare l'uno dell'altro nemmeno per un istante.
Ed infatti, dopo la prima misteriosa morte, i superstiti si interrogano su cui avrebbe potuto compiere l'omicidio sino a giungere alla conclusione (avvalorata anche dalla circostanza che né sull'isola né in casa vi era altra anima viva fuorché loro) che l'assassino/a fosse per forza uno di loro. Sullo sfondo della vicenda, oltre alla sinistra filastrocca, la cui musicalità quasi bambinesca contratsa con il sinistro presagio che reca con sè, vi sono dieci statuette di porcellana in bella vista sul tavolo del soggiorno che - misteriosamente - spariscono una ad una seguendo il ritmo scandito dalle morti dell'isola.
Non è - ovviamente - il caso di svelare altri elementi della trama per non guastare irrimediabilmente il gusto della lettura, ma qualche parola è certamente d'obbligo non solo sull'intreccio ma anche sullo stile utilizzato salla scrittrice.
Che dieci piccoli indiani, sia un giallo classico non può aversi dubbio. Purtuttavia nella sua cklassicità esce dai soliti schemi in quanto è un giallo in cui manca il tipico personaggio, l'investigatore, che prende in mano la situazione sino allo scioglimento finale. L'indagine sullemorti avvenute sull'isola, quindi, è lasciata ad esclusivo appannaggio dei personaggi stessi i quali - ciascuno con la propria indole e le proprie debolezze - formulano le proprie tesi ora sull'uno ora sull'altro. Questo meccanismo rende possibile una completa assimilazione tra il lettore ed i personaggi, a tutto beneficio della lettura che risulta gradevole, briialnte ed estremamente scorrevole.
Un altro elemento da non sottovalutare è quello della c.d. "stanza chiusa" tipica nella scrittrice inglese, basti pensare a "Tre Topolini Ciechi" od a "Delitto in cielo". L'elemento della stanza chiusa amplifica il pathos del racconto regalando la sinistra consapevolezza che l'assassino non solo sa ben nascondersi, ma è anche -inevitabilmente - uno dei presenti con cui giocoforza gli altri personaggi devono interagire e convivere loro malgrado.
Così, la casa, l'isola, le stanze, diventano luoghi convenzionali, o se meglio si preferisce dei non luoghi per eccellenza. Uno di quei luoghi in cui tutto può accadere e tutto, in effetti accade. E' un po' come se tutte le persone siano state irrimediabilmente segnate a morte nel momento del loro arrivo alla banchina del traghetto che li avrebbe portati sull'isola. Sul punto è abile la Christie a mettere quì e là citazioni o labili anticipazioni, che nel contesto in cui sono inserite sembrerebbero anche fuori posto ma che invece, nel complesso, risultano elementi che rafforzano la sensazione di suspence che si respira dalla prima all'ultima pagina del romanzo. Al riguardo si può, certamente, ricordare la "profezia" del vecchio ubriaco incontrato sul treno da Blore:

"Minaccia Burrasca. Lo sento al fiuto".
"Ma no è una giornata magnifica".
Il vecchio insistette, collerico: "Minaccia Burrasca. Lo sento al fiuto".
...
"State all'erta e pregate" disse "state all'erta".
...
"Dico a lei giovanotto. Il giorno del giudizio è vicino".
Ed ancora nella sinistra descrizione del battello che traghettava i personaggi sull'isola e del suo traghettatore, novello caronte - questo è certo - che ha condotto le anime ormai perse alle rive dell'estremo giudizio. E che di giudizio ineffabile si tratti non può esservi dubbio, lo stesso traghettatore, infatti, osserva i personaggi uno per uno classificandoli ed etichettandoli e meravigliondosi per il loro essere così diversi dai frequentatori abituali dell'isola.

In sostanza un romanzo da leggere assolutamente e, perchè no?, da rileggere. Consigliatissimo per il periodo estivo nelle caldi notti o negli afosi giorni sotto l'ombrellone. Un libro, dunque, che sa regalare ben più di un isolato brivido.
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Valutazione: 5 libri
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Curiosità: il titolo del romanzo in italiano è Dieci piccoli indiani, in realtà avrebbe dovuto essere dieci piccoli negretti, ma poi fu cambiato perchè avrebbe suonato un po' troppo razzista. Infatti i riferimenti razzisti sono - purtroppo - evidenti, laddove si consideri che anche l'siola - come detto - teatro della morte e dell'estremo giudizio, luogo di arrivi ma non di ritorno, era appunto chiamata Nigger Island, isola del negro.
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La Filastrocca
Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
Fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
Se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.
I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
a un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

[traduzione di Augusto Raggio, traduttore della versione teatrale di questo romanzo, ("Il Dramma", 1° aprila 1974), da Agatha Christie, Dieci Piccoli indiani, Oscar Mondadori, 2008 pag. 23-24]

L'Abate Nero

#0028

Un abate non troppo nero ed un giallo non troppo giallo
L'abate nero è un romanzo del maestro del giallo Edgar Wallace del 1963. La storia racconta di un'antica leggenda di un monaco nero ucciso da un Lord Inglese per via di un tradimento, di un tesoro nascosto e di un elisir di lunga vita. Ci sono tutti gli elementi, quindi, che farebbero propendere per una storia interessante ricca di suspence. Tuttavia non è così. La storia, pur ben strutturata nelle premesse, zoppica quasi subito fortemente compressa dal modo di esprimersi dei personaggi e per lo scarso dinamismo degli stessi. Sembra quasi che io personaggi stessi siano in attesa di chissà quale sconvolgimento per agire. Tra essi vanno menzionati il giovane Harry Alford, diciottesimo conte di Chelford; Richard (Dick) Alford, il fratellastro del conte; Leslie Gine, fidanzata del Conte ma innamorata di Dick; Arthur Gine, fratello di Leslie nonchè stimato avvocato di famiglia; Mary Wenner ex segretaria di Harry e donna esuberante e disposta a tutto pur di crearsi una posizione rispettabile; Frabrian Gilder, dipendente dello studio legale di Gine, ma anche astuto (ma non troppo) uomo d'affari anche poco chiari; Thomas Luck, domestico; Scimmia Puttler, ispettore di Scotland Yard.
Tra tutti questi personaggi si dispana la storia che non decolla, almeno sino alla pagina 130 circa (delle 222 dell'interto romanzo), in cui si assiste al primo ed unico omicidio.
In realtà, a leggerlo attentamente l'intero romanzo più che un giallo sembra un romanzo rosa in cui una storia d'amore segreto non può esprimersi e vivere se non accade qualcosa che sconvolga gli equilibri. Infatti è proprio l'amore il protagonista del romanzo. O ancor meglio gli amori. Le storie d'amore tra i vari personaggi. Spese tra paesaggi nebbiosi, vecchie abbazie e strane e sinistre apparazioni di fantasmi con il saio.
La stessa presenza di Scimmia Puttler - a circa metà romanzo - che sembrerebbe quasi il deus ex machina capace di imprimere la racconto la svolta giusta, in realtà rimane soffocata e conglobata all'interno delle spire e delle volute della avviluppata trama.
In sostanza è comunque un romanzo da leggere.
La penna di Wallace è certamente abile - anche se nella circostanza non si è espressa al meglio - a creare atmosfere sospese e tensioni palpipanti. E' il tipico libro da portare in spiaggia per godere sotto il sole della frescura che solo un romanzo giallo, anche se non troppo, può dare.
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Valutazione: 2 libri
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I trentanove scalini

#0026
I trentanove scalini è uno dei classici del giallo, indubbiamente riconosciuto come tale, di tutti i tempi. L'autore John Buchan scrisse questa preziosa perla nel 1915.
La trama è quella tipica, non tanto del giallo vero e proprio, quanto dell'intrigo internazionale in cui oscuri agenti di potenze straniere minacciano la pace e la sicurezza del mondo intero.
Il personaggio principale, quello attorno al quale ruota la storia, nonchè l'io narrante del racconto, è Richard Hanney funzionario del governo coloniale, trasferitosi dal Sudafrica a Londra, che si annoia della monotonia della vita della città inglese e medita di tornare in Sudafirca, quando avvicinato una sera da un vicino di casa Scudder, viene introdotto in gioco molto più grande di lui, in cui tra travestimenti, fughe ed assassini si gioca la partita della pace nel mondo.
La trama pur se intricata e contorta, non appesantiusce il racconto che scorre via agile e piacevole per tutte le 125 pagine dell'edizione Newton & Compton della Collana "I Grandi Maestri del Giallo". Il racconto cattura e convince e pur essendo stato scritte oltre 70 anni fa, risulta essere di un'attualità sconcertante.
E' il tipico libro da portare sotto l'ombrellone. Una lettura poco impegnativa ma non per questo superflua. Anzi, è oltremodo piacevole leggere la semplicità di una narrazione che - senza ricorrere a giri di parole arditi e contorti - riesce a dipanare una trama che, come si è detto, è assai fitta.
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Valutazione: 3 libri
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ISBN: 88-541-0110-9
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Per Info sull'autore: http://it.wikipedia.org/wiki/John_Buchan

Il Segno dei quattro

#oo25

Il Segno dei quattro (1890) è il secondo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle di cui è protagonista il celebre detective Sherlock Holmes.
In questo romanzo c'è una sorta di continuità temporale con il precedente, uno studio in rosso, e ciò - costante nello stile di Conan Doyle, ha certamente contribuito a rendere il celebre investigatore quasi una persona reale, che vive e agisce anche al di fuori delle pagine di romanzi.
Ancora una volta il racconto ci proviene dalla voce del fedele Watson.
La storia inizia con la visita della signorina Mary Mortsan che all’investigatore, ed a Watson, la sua storia a la storia del padre, che durante uno dei suoi viaggi trova un grandissimo tesoro. Qlahce tempo prima, continua il racconto della ragazza, egli - tramite missiva - dice alla figlia che sarebbe tornato ma non si ebbero più notizie di lui. E' l'inizio del mistero che si infittisce quando accade il primo, strano assassinio.
Il segno dei quattro, è un racconto piacevole, in cui Sherlock Holmes stpisce il lettore - attraverso gli occhi di watson - con le sue mirabili deduzioni che lo hanno reso celebre. Anche qui, come era successo in "Uno studio in rosso" si possono distinguere due parti. Nella prima vi è l'antefatto e l'indagine di Holmes. Nella secnda parte vi è il racconto del colpevole che chiarisce tutti quei fatti, perlatro già noti all'investigatore grazie alle sue possenti facoltà deduttive.
In questo romanzo, ben scritto, vi è spazio per la timida storia d'amore tra Watson e Mary Mortsan che - dopo piccolr titubvanze ed incertezze - culmina nel iù classico dei lieti finali.
Anche questo racconto è certamente da leggere e gustare.
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Valutazione: 3 libri
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Il Campo del Vasaio

# 0022


Tradimenti e nostalgia

Il Campo del Vasaio è un romanzo di Andrea Camilleri del 2008. un’altra piacevole indagine del Commissario Salvo Montalbano. Il titolo prende spunto da un famoso passo del Vangelo di Matteo, in cui si racconta che Giuda, accortosi dell’errore commesso nel tradire Gesù, restituisce i 30 denari, prezzo del tradimento. I sacerdoti, però, non potendo utilizzare quel denaro – sporcato dal sangue di un uomo – per scopi religiosi, decisero di acquistare il “Campo del Vasaio” per seppellire gli stranieri. In quel campo, in seguito, Giuda si tolse la vita impiccandosi ad un albero. Il Campo del Vasaio diventa, quindi, simbolo di tradimento. Il Tradimento. Che nel romanzo di Camilleri assume le forme più disparate. Il tradimento della moglie. Quello del marito. Quello del collega di lavoro. Ed il tradimento, anche, dello stesso Montalbano, giustificato – però – dal fine delle indagini.

Il romanzo si apre con un curiosissimo sogno in cui Montalbano riceve la visita di Totò Riina che, divenuto, presidente del consiglio, offre al commissario stupito la poltrona di Ministro degli Interni. Il sogno, per quanto surreale ed improbabile, offre però chiaramente la dimensione psicologica, critica, in cui versava Montalbano. Quello del romanzo è, infatti, un Montalbano stanco. Un Montalbano invecchiato, anche. Un Montalbano che si interroga sul significato della vita. Sulla propia esistenza, sul proprio lavoro. È un Montalbano al bivio. Che si abbandona a lunghissimi soliloqui, scrivendosi persino delle lettere onde ottenere un punto di vista obiettivo per le sue riflessioni. Ed è, infine, un Montalbano che sente su di sé diverse spine di nostalgia. E ritorna. Vorrebbe ritornare indietro nel tempo. Alla gioventù al periodo in cui nulla era ancora macchiato dal sudiciume pantanoso del tradimento. Il tradimento che prima o poi contagia tutti. E così il campo del vasaio, del romanzo, assume il ruolo di silenzioso protagonista della storia. Di regista indiscusso che agendo sullo sfondo tira le file delle sorti dei personaggi.

E il corpo che emerge, invischiato nella creta, tagliato a pezzi. – trenta pezzi, come i trenta pezzi d’argento di Giuda – diventa causa scatenante dell’indagine, ma allo stesso tempo è la conseguenza del pantanoso miasma di tradimento che per tutto il campo aleggia. Ed i personaggi, come ombre senza anima, si muovo su un telo bianco senza poter mutare il proprio destino.

Dolores, “bedda fimmina”, che suscita i pensieri più peccaminosi anche nel mite commissario, sino all’epilogo imprevisto eppur banale. Mimì, il vice di Montalbano, che da amico fraterno diventa antagonista e quasi traditore. Lo stesso Montalbano che percependo tutti i giri di tramidenti che si dipanano attornop a sé decide di prendere in mano la situazione, pur sacrificandosi nel più assoluto anonimato, al fine di risolvere la matassa ingarbugliata e delicata. Si percepisce che l’unico accenno di dinamismo proviene proprio dal commissario. Ma è un dinamismo fittizio, forzato, diretta conseguenza del destino e degli eventi stessi, un dinamismo che potrebbe essere definito romantico e che si concretizza tutto nelle ultime, amare, considerazioni che il narratore offre in chiusura di romanzo e che altro non sono che riflessioni pure e semplici dello stesso commissario:

Po’, negli anni, si era fatto pirsuaso che non era mancu un dio dell’ultima fila, ma sulo il povero puparo di ‘na mischina opira di pupi. Un puparo che s’arrabattava a fari funzionari la rappresentazioni come meglio putiva a e sapiva. E per ogni rappresentazioni che arrinisciva a pur tari a termini, la faticata si faciva ogni volta cchiù grossa, ogni volta cchiù pisanti. Fino a quanno avrebbe potut9o reggiri?”.
Qui la stanchezza, la malinconia, la nostalgia del commissario sono evidenti. Anche la sua disillusione. Una disillusione per la vita. Che non ha cura. Che può essere lenita staccando la mente e mettendosi a
taliare il mari che, a Vigàta o Boccadasse, sempre mari è”.

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Valutazione 3 libri
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La Casa

# 0006

Intrigo tra le mura
La Casa è il penultimo romanzo (anno, 1971) dello scrittore americano John Dickson Carr (Uniontown, Pennsylvania, 1897 – New York, 1997), che a buon diritto può essere considerato come un’indiscussone icona del genere giallo-poliziesco.

E’ difatti un giallo. Un gran bel giallo. Ci sono indizi sparsi per le pagine, ben costruite e caratterizzate da una fluidità di linguaggio ed una capacità descrittiva tale, da lasciar bene intendere il “consumato” mestiere dell’autore.

La storia ruota intorno ad una casa, Delys Hall, che il Commdoro Hobart nel 1883 letteralmente trasportò dall’Inghilterra a New Orleans. Si trattava di una grandiosa casa in stile vittoriano che l’eccentrico ufficiale di marina prelevò mattone su mattone per farla ricostruire intermente all’interno di una sua proprietà in America. All’interno di questa casa, si vociferava, che fosse nascosta una grossa quantità di oro. Da qui la ricerca di quell’oro che tra strane morti avvenute anni prima e strani avvenimenti più attuali, conduce l’appassionato lettore sino allo sconvolgente ed inaspettato finale in puro stile giallo.

Splendidi i dialoghi. Perfetta la macchina narrativa che, in un perfetto gioco di anticipazioni e scoperte, riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore che a poco a poco, finisce con il divenire anch’egli un personaggio della storia, avendo a disposizione tutti gli elementi – generosamente profusi dall’autore – per poter risolvere al meglio il mistero.

Probabilmente alcune pagine risultano troppo prolisse o alcuni dialoghi tra i personaggi alla lunga tradiscono una certa stanchezza, ma il complesso che ne deriva e così piacevole e divertente da lasciar perdonare, all’autore, anche il piccolo peccato veniale di una, probabilmente, non troppo velata autocelebrazione, in tutti i riferimenti che, in effetti, ci sono ai romanzi gialli e polizieschi, all’interno del testo narrativo.

Carr dimostra davvero una straordinaria maturità nel tratteggiare uno per uno i personaggi di questo racconto. Nessuno di essi e solo accennato: tutti sono psicologicamente delineati, al punto che senza ognuno di essi, acquista una dimensione tale da imporsi sulla scena della vicenda con il proprio carattere, le proprie debolezze ed il proprio contributo alla storia. Su tutti, senza dubbio, spiccano Jeff e lo zio di questi, Gil, procuratore distrettuale, che alla fine dirige le indagini, portandole a compimento dimostrando un acume tipico dei grandi detective dell’universo giallo.

In definitiva un romanzo forse troppo conosciuto, ma che va assolutamente letto per la agilità narrativa, per la pulizia del linguaggio e per l’assoluta perfezione del canovaccio giallo che, lungi dall’essere prevedibile, riesce a sorprendere il lettore proprio perché, nel lungo finale tutti i tasselli sparsi, qua a là, lungo le pagine prendono magicamente posto nel puzzle che compone il viso del micidiale assassino.

Un’ultima notazione va alla presentazione del libro, senza dubbio imprecisa, fatta dalla Mondatori, nell’ultima pagina di copertina dell’edizione Oscar Scrittori del novecento, n. 1920.

Si legge testualmente:

Louisiana, 1927. Una pessima fama circonda la dimora che il commodoro Hobart, defunto miliardario con la passione per i tesori nascosti, si è fatto costruire tra le paludi di New Orleans: nientemeno che un immenso castello inglese di epoca Tudor trasportato direttamente dal Vecchio Continente. Comunque sia, David e Serena Hobart, nipoti ed eredi del commodoro, non si fanno intimorire da dicerie e credenze, né tanto meno da storie di fantasmi e presenze sovrannaturali, e decidono di riaprire il maniero per cercare un antico tesoro di pirati che Hobart vi avrebbe nascosto. Non sanno che la notte che trascorreranno tra quelle mura sinistre sarà molto, molto lunga... Nel suo penultimo romanzo, pubblicato nel 1971, John Dickson Carr fonde antiche leggende e nuovo gusto horror trasferendo l'atmosfera dei racconti gotici inglesi nelle terrificanti ambientazioni del Sud degli Stati Uniti, e dà vita a uno dei suoi libri più intensi e a uno dei misteri più geniali della storia della letteratura gialla.

Praticamente l’eccezionale romanzo giallo/poliziesco viene presentato come un horror gotico che, pur essendo un genere avvincente ed appassionante, nulla ha a che vedere con l’esercizio di stile “giallo” di Carr, che proprio in questo romanzo raggiunge i massimi apici.

E sul sottile, malriuscito, tentativo di ricondurre questo splendido romanzo ad un horror, si innesta anche la scelta della copertina, sempre operata da Mondadori. Come sopra può ben vedersi, è fin troppo chiaro che, chi abbia scelto la copertina con cui identificare il libro abbia forzatamente cercato di suscitare l’idea di un fantasma o chissà quali sinistri elementi che, si ripete, ne romanzo sono assolutamente assenti, essendo il racconto una bellissima storia gialla, degna finanche di essere rappresentata sul grande schermo.

Scheda libro
Editore Mondadori
Anno di pubbl. 2006
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1920
Pagine 294
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 8,40 (al 31/03/2008)
ISBN 8804553529
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Valutazione: 4 libri

Uno Studio in Rosso

# 0003


Le logiche della deduzione

Uno studio in rosso è il primo romanzo poliziesco, giallo per l'esattezza, scritto nel 1887 da Sir Arthur Conan Doyle. L'importanza assoluta di questo romanzo sta nel fatto di essere il teatro della primissima apparizione del famoso investigatore Sherlock Holmes e dell'altrettanto mitico assistente dott. Watson. Il romanzo (racconto direbbero alcuno per via della relativa brevità, appena 96 pagine) consta di due parti. Nella prima parte è racchiuso quello che può essere considerato il prologo di tutte le storie di Sherlock Holmes. Si assite, infatti, al racconto della prima parte della vita del dott. Watson che, a seguito di varie peripezie, giunge a Londra ove gli viene offerto di dividere la pigione con un "tipo" alquanto bizzarro. E così, tramite un comune amico - il giovane Stamford - il dott. Watson conoscerà quel "tale che lavora al laboratorio di chimica dell'ospedale", che altri non è che Sherlock Holmes. Insieme, i due, prenderanno in affitto la casa presso il n. 221B di Baker Street. La coppia era dunque formata. La convinvenza tra i due procedeva simpaticamente tra veloci dialoghi ed i vani tentativi di capire, da parte di Watson, quale fosse la "misteriosa" attività svolta da Holmes. Lo stesso Holmes, in seguito, durante un colloqui con Watson ammetterà la sua "professione" di consulente investigativo. Inizia così la affascinante scoperta, da parte di Watson, delle capacità deduttive di Holmes, di cui del resto ne aveva avuto un timido assaggio il giorno in cui si erano conosciuti. "Vedo che è stato in Afghanistan", aveva sentenziato Holmes stringendo la mano a Watson, meno di tre secondi dopo che si erano conosciuti. In seguito svelerà all'amico i processi deduttivi che gli avevano consentito quell'affermazione, lasciandolo a bocca aperta. Qualche giorno dopo l'inizio della simpatica convivenza "scoppia"il mistero. Un assassinio è stato compiuto in una casa disabitata, in modo ignoto e con una sinistra scritta di sangue sul muro, che grida vendetta. E' l'inizio di una indagine serrata che vedrà i tentativi, goffi, dei due alti funzionari di Scotland Yard, Gregson e Lestrade, fallire miseramente innanzi alla inavvicinabile maestria di Holmes che, quasi inspiegabilmente, riuscirà in breve a mettere le manette al colpevole. Inizia così la seconda parte del racconto che, in pratica svela il movente del delitto e conduce ad una scorrevolissima conclusione ove - finalmente - tutti i processi logico/deduttivi di Holmes vengono svelati. Un romanzo piacevole, quindi, ben scritto e che ha allo stesso tempo il gusto di un discreto testo narrativo, unito al fascino ed alla piacevolezza di un giallo quasi perfetto. "Quasi" perché, contrariamente ai canoni del giallo classico in cui il colpevole è sempre uno dei personaggi che animano la storia, nel testo di Doyle - invece - il colpevole appare all'improvviso e ne viene svelata la storia e la psiche solo successivamente. Bisogna, certamente riconoscere, che Arthur Conan Doyle è riuscito a cogliere il segno. Ha centrato l'obiettivo, mettendo su un racconto che offre anche numerosi spunti di importanza stilistica non indifferente. Fra tutte, certamente, degno di menzione è il flash back che apre la seconda parte che, quasi come in un film, consente al lettore di cogliere anche gli aspetti più oscuri della psiche dell'assassino. Tutto ciò si riflette, altresì, nel registro narrativo utilizzato. Per tutta la prima parte, l'io narrante è il dott. Watson. Nella seconda parte, invece, dapprima parla un narratore che racconta il lungo flash back in terza persona. Poi torna l'io narrante di Watson, a buon diritto l'alter ego dello scrittore, che conduce per mano verso la conclusione, non prima però di aver ricreato il pathos estremo della mente dell'assassino trascrivendo parola per parola la confessione di questi. In definitva un racconto consigliatissimo, da gustare velocemente ma non troppo, onde poter scendere appieno nelle finezze logiche di cui solo la mente di Sherlock Holmes è capace.

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Scheda Libro

Editore Mondadori
Anno 2004
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1870
Pagine 154
Formato 12,7 x 19,7 cm
Legatura brossura
Prezzo € 8,00 (al 02/04/2008)
Traduzione Alberto Tedeschi
Tascabile. Mondadori 2005.
ISBN: 8804537175 / 88-04-53717-5
EAN: 9788804537175


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Valutazione: 4 libri
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Tre topolini ciechi

# 0002


Giallo alla Regola

Tre topolini ciechi è un breve racconto di Agatha Christie del 1925. In questo racconto si possono facilmente notare le tipiche caratteristiche dei gialli della indiscussa regina, fra tutte, il topos della stanza chiusa e quello degli interrogatori dei probabili colpevoli.

La storia è gradevolissima e si apre con l'efferato assassinio della Sig.ra Lyon. Subito dopo, seguendo una costante non nuova nei racconti della grande autrice, la scena si sposta in quella che diventerà il teatro della storia: la pensione "Monkswell Manor". E' qui che appaiono, susseguendosi come se si fosse sulla scena di un teatro, i protagonisti, vittime ed assassini allo stesso tempo.
Molly Davis, la proprietaria della pensione che gestisce, annaspando in questa nuova esperienza, insieme al marito, Giles Davis.
La Sig.ra Boyle, arcigna e petulante, prima pensionante di questa improvvisata locanda.
Christopher Wren, un giovane studente di architettura dai modi strani e dagli incredibili sbalzi d'umore, anch'egli pensionante presso "Monkswell manor".
Il Maggiore Metclaf, maggiore dell'esercito ormai in pensione che ha prenotato la sua stanza presso la pensione e si trova coinvolto nel mistero.
Il Sig. Paravicini personaggio cupo e misterioso che arriva, anche lui, alla pensione.
Tra questi personaggi si nasconde l'assassino della Sig.ra Lyon.
Il Sergente Trotter della polizia investigativa che arriva alla pensione seguendo le indagini della morte della Sig.ra Lyon.
Tra questi personaggi simpatici e non si nasconde l'assassino.
Tutti si muovono lungo le loro storie, con le loro debolezze, le loro paure e sullo sfondo di tutto l'idea di non poter fuggire dalla pensione perchè impazza una tormenta di neve e le linee telefoniche sono cadute. A questo, già di per sé, poco rassicurante quadro di può aggiungere l'ulteriore sottofondo, che quasi emerge dalla pagine, della radio accesa che trasmette notiaziari in cui si parla dell'efferato delitto della Sig.ra Lyon.

Un racconto breve, si diceva. Infatti appena 68 pagine. Ma sono 68 pagine di suspence, azione, paura e anche divertimento. Un giallo alla regola si può ben dire in cui ogni elemento è prudenzialmente bilanciato in un mixer che conquista il lettore, costringendolo a non mollare la presa se non dopo la parola fine!

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Scheda Libro
Editore Mondadori
Anno 2003
Collana Oscar scrittori del Novecento
Numero 1506
Pagine 238
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 7,80 (al 02/04/2008)
Traduzione Lydia Lax & Marco Papi
Economici. Mondadori 2003
ISBN: 8804521759 / 88-04-52175-9
EAN: 9788804521754


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Valutazione: 5 libri

Una Storia Semplice

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Più semplice di così

Una storia semplice
è un romanzo di Leonardo Sciascia, del novembre del 1989, pubblicato poco prima della morte del suo illustre autore. C'è chi lo vede come una sorta di testamento, un testamento non dichiarato, nascosto tra le righe della storia, ma palese, tremendamente palese nella figura della vittima del romanzo, il cavalier Roccella. «Ho trovato.» queste le sue ultime parole, prima di morire. Suicidio secondo tutti, commissario, questore e colonnello dei carabinieri. Non per un brigadiere, Antonio Lagandara, uno dei pochi personaggi ad avere un nome ed un cognome nel romanzo. L'unico ad avere uno spessore suo, a riuscire ad imprimere alla storia un ritmo incalzante, almeno sino ad un certo punto.

Sebbene l'intera storia sia raccontata in terza persona, non è difficile notare come in certi passaggi, si ha come la sensazione che si assista al romanzo con gli occhi del brigadiere. Ed attraverso i suoi occhi e ai suoi pensieri, si insinua nel lettore un dubbio, che si fa forte e insolente fino ad assumere i contorni di una triste certezza. Ed il dubbio nasce dal punto dopo la frase «Ho trovato.» Un punto pesante, grande come un macigno, un punto che può voler dire molto. E poi c'è un quadro sparito e poi riapparso, arrotolato frettolosamente. E le lettere di Pirandello che «a diciotto anni, pensava quello che avrebbe scritto fin oltre i sessanta». E quelle di Garibaldi. Lettere care al Roccella tornato al suo paese solo per il gusto di riaverle, e nella ricerca di quelle "Ha trovato." Ma trovato cosa? E' questo che alla fine caratterizza la storia intera: la ricerca. Si cerca, e si trova. Si trova ora un indiziato, un uomo con una Volvo, capitato per caso in mezzo ad "Una storia semplice" fin troppo semplice per tutti ma non per lui. E si trova un cadavere, e poi altri due alla stazione, ed il treno fermo per uno stop che non vuole più spegnersi. E si trova uno strano «odore di zuchero bruciato, di foglie di eucalipto macerate, di alcool: qualcosa di indefinibile, insomma». E si trova un interruttore, nascosto dietro una statua di Sant'Ignazio. Un interrutore cercato e trovato, ma dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato, nel modo sbagliato. E si apre un nuovo meccanismo che arrivato alle estreme conseguenze (che qui non si vogliono volutamente rivelare per non rovinare il piacere della lettura), porterà alla soluzione più semplice, già perchè di "una storia semplice" si tratta.

E che dire del prete all'antica, Don Cricco? «Uno dei pochi preti che ancora vestono da preti», apparso così nella storia in modo troppo semplice per essere casuale. Lo stesso Don Cricco che chiede, incontrando l'uomo della Volvo appena rilasciato, "angosciosamente ilare", «Mi pare di conoscerla: lei è della mia parrocchia?». E una risposta negativa, frettolosamente data, che si dissolve con la calma derivante dalla riacquisita libertà. Che si scioglie nel fragore di una frenata per un dubbio che si fa certezza. E nella certezza dell'assurdo gioco a cui l'uomo della Volvo aveva assistito, si apre la vera conclusione della storia, con l'uomo della Volvo che "Riprese cantando la strada verso casa".


Una storia semplice e breve, dunque. Una cinquantina di pagine, in cui pur nell'evidenza della loro scomoda presenza, la Mafia e la Droga - protagoniste - non sono mai nominate. E' tutto un gioco di accenni, di indicazioni nascoste a volte, e palesi altrettante. Un gioco in cui i personaggi si muovono lungo una linea, dalla quale è pericoloso uscire. Tutti alla fine, chi, più chi meno, cercano di imprimere alla storia una svolta. Ed il brigadiere che appare eroe, finisce con il rinunciare di esserlo nella considerazione che la semplicità di una storia, di un evento fortuito, è spiegabile più facilmente della verità a volte. E l'altro quasi eroe, l'uomo della Volvo, resta tale solo per l'esiguo spazio di sette righe. Allora, sempre nella ricerca che affanna l'intero racconto, se un eroe si vuol trovare, questo è il busto di Sant'Ignazio. La sua scomoda ed ingombrante presenza, svela per un attimo la complessità della storia. Ma solo per un attimo. Perché è solo un busto, una statua.

E poi tutto si dissolve e torna alla normalità, alla semplicità, alla semplicità di una considerazione che vola dalle labbra del magistrato, che suona quasi come un rimprovero per tutto il polverone alzato: «Che cretino!». Più semplice di così...

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Scheda Libro


Editore Adelphi
Collana Piccola biblioteca Adelphi
Formato Tascabile
Pagine 66
Anno 1989
Prezzo € 7.50 (al gennaio 2008)
EAN 9788845907296
Economici. Adelphi 1989.
ISBN: 8845907295 / 88-459-0729-5
EAN: 9788845907296


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Valutazione: 5 libri

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