L'ombra del vento

# 0042



Intenso

"L'ombra del vento" è il primo romanzo dell'autore spagnolo Carlos Ruiz Zafon. La storia narra le vicende di Daniel un bimbo, all'inizio del romanzo, che trova un libro in un posto magico ma reale: il cimitero dei libri dimenticati. In un dedalo di corridoi, scaffali, stanze che si susseguono Daniel scorge un libro, che gli da la sensazione che lo stesse aspèettando da tempo, si tratta di "L'ombra del Vento" di un certo Julian Carax. Quella notte stessa Daniel legge, tutto d'un fiato il libro, rimanendone affascinato. Inizia così a cercare altri libri di carax, ma scopre con soprersa che tutti i libri di Julian Carax sono stati comprati o rubati, probabilmente dallo stesso individuo che sistematicamente li ha rubati, quasi a vole cancellare la stessa esistenza di Carax. Inizia così, per Daniel, la ricerca di notizie su Julian Carax. Per sapere chi fosse, dove è vissuto, la sua storia. Tutto si veste di una strana aria quasi irreale quando Daniel viene contattato da un uomo con il volto sfigurato dalle fiamme che si fa chiamare Lain Coubert, come il personaggio creato da Carax che, ne "L'ombra del vento" impersonava il Demonio. Daniel resta affascinato dalla storia e cercherà di risolvere il mistero della vita di Carax anche grazie all'aiuto di un simpaticissimo personaggio "Fermin Romeno de Torres" che diverrà il miglior amico di Daniel.
La storia narrata nel romanzo è veramente intensa. Penetrante. Che cattura pagina dopo pagina, che si arricchisce di persaggi nuovi e nuove sfumature.
La vita di Daniel si muove e sviluppa quasi parallelamente a quella di Julian. I turbamenti amorosi che agitano la mente adolescienziale di Daniel, le delusioni, le pulsioni sessuali è tutto raccontato con estrema dolcezza e toccante partecipazione. E si avverte, da subito, una grandiosa affinità con i personaggi.
I luoghi, probabilmente altro punto di forza del libro insieme alla storia tutta, sono descritti con una forza impressionante. Si percepisce la forma di ogni singola struttura che viene descrititta. Dalla strada, al tram. Dal Palazzo al ricovero per i reietti. Dal Cimitero alle botteghe. Tutto si dipana innanzi agli occhi di chi legge, sino al punto di avere la netta sensazione di passeggiare attraverso le vie di una misteirosa Barcellona.
I personaggi, si è detto, sono ben delineati nei loro tratti caratteriali ma anche nei loro tratti fisici. Non è affatto difficile immaginare i visi di Fermin, di Daniel, di Tomàs ed anche del perfido Ispettore Fumero.
Altro elemento da tenere in considerazione all'interno del romanzo è la figura della Donna. Donna è Clara, che suscita in Daniel le prime pulsioni sessuali e rappresenta la prima delusione del ragazzo che improvvisamente percepisce di stare diventando uomo.
Donna è Penelope, legata da un tragico e oscuro destino a Julian e che rappresenta la vita, la gioia, la chimera irraggiungibile della felicità.
Donna è anche Beatriz, colei che accompegnerà per mano Daniel sino al diventare Uomo. E lo farà con naturalezza, con dolcezza. Ma anche con determinazione. Divenendo, forse inconsapevolmente, il vero motore dell'epilogo della storia.
Lo stile narrativo è piacevole. Scorrevole. Umoristico a volte. Tuttavia, essendo un'opera prima, a tratti si mostra acerba.
Nel complesso è un romanzo da leggere. Che appena finito lascia una profonda malinconia e la voglia di rileggerlo il prima possibile.

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Valutazione: 4 libri
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Constance contro tutti

#0032


Surreale e grottesco in stile Bradbury

Constance contro tutti è un romanzo del 2004 di Ray Bardbury, scrittore americano noto per lo stile grottesco e fantascientifico al tempo stesso ed famoso autore del libro cult Fahrenheit 451.
La storia è questa: Venice, California, agli inizi degli anni Sessanta. Constance, un'anziana attrice molto eccentrica, bussa alla porta di uno scrittore suo amico: è sconvolta perché qualcuno le ha fatto recapitare un elenco telefonico di Los Angeles del 1900 e la sua vecchia agenda. Due Libri dei Morti, carichi di ricordi, di passato e - appunto - di nomi di persone ormai scomparse. Ma perché li ha ricevuti? Chi li ha mandati? L'amico - alter ego dello scrittore - vuole aiutarla ed inizia così una grottesca indagine che lo porterà a rivivere tutto il mondo luccicante della Hollywood degli anni Venti e Trenta, a incontrare personaggi inventati e figure storiche realmente esistite, in un eccellente connubio di finzione, fantasia, realtà il tutto intriso dalla magica nostlagia che solo un buon film in bianco e nero riesce a suscitare.
Il racconto pur nel suo essere grottesco e, a volte, confusionario (volutamente) scorre via piacevolmente accompagnando per mano il lettore attraverso luoghi strani e improbabili in cui personaggi altrettanto strani si muovo con le delicatezza e l'effimero essere delle ombre cinesi su un telo. Sono come essenze, personaggi che mettono a nudo le loro anime e le loro debolezze che tremano di paura e sono capaci di amare, odiare e soffrire. Suono uomini, quindi, con le loro forze e le loro debolezze. Su tutti i personaggi meritano menzione "Il Matto" che è l'io narrante del racconto, nonché trasposizione dello stesso Bradbury nel racconto. Infatti un un divertente passo del romanzo parlando del Matto qualcuno lo definisce come quello che scrive di incendi di libri o di cronache di altri pianeti. Evidenti riferimenti a due dei romanzi di maggior successo di Bradbury, il già citato Fahrenheit 451 e Cronache Marziane.
Lettura consigliata di questo libro a metà strada tra un poliziesco di atmosfera, un thriller moderno e un romanzo di fantascienza con qualche spruzzatina di horror qua e là.
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Valutazione: 4 libri
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Altre info:
* Titolo: Constance contro tutti
* Autore: Bradbury Ray
* Traduttore: Lippi G.
* Editore: Mondadori
* Data di Pubblicazione: 2004
* Collana: Piccola biblioteca oscar
* ISBN: 8804526092
* ISBN-13: 9788804526094
* Pagine: 209
* Reparto: Narrativa straniera

Il Campo del Vasaio

# 0022


Tradimenti e nostalgia

Il Campo del Vasaio è un romanzo di Andrea Camilleri del 2008. un’altra piacevole indagine del Commissario Salvo Montalbano. Il titolo prende spunto da un famoso passo del Vangelo di Matteo, in cui si racconta che Giuda, accortosi dell’errore commesso nel tradire Gesù, restituisce i 30 denari, prezzo del tradimento. I sacerdoti, però, non potendo utilizzare quel denaro – sporcato dal sangue di un uomo – per scopi religiosi, decisero di acquistare il “Campo del Vasaio” per seppellire gli stranieri. In quel campo, in seguito, Giuda si tolse la vita impiccandosi ad un albero. Il Campo del Vasaio diventa, quindi, simbolo di tradimento. Il Tradimento. Che nel romanzo di Camilleri assume le forme più disparate. Il tradimento della moglie. Quello del marito. Quello del collega di lavoro. Ed il tradimento, anche, dello stesso Montalbano, giustificato – però – dal fine delle indagini.

Il romanzo si apre con un curiosissimo sogno in cui Montalbano riceve la visita di Totò Riina che, divenuto, presidente del consiglio, offre al commissario stupito la poltrona di Ministro degli Interni. Il sogno, per quanto surreale ed improbabile, offre però chiaramente la dimensione psicologica, critica, in cui versava Montalbano. Quello del romanzo è, infatti, un Montalbano stanco. Un Montalbano invecchiato, anche. Un Montalbano che si interroga sul significato della vita. Sulla propia esistenza, sul proprio lavoro. È un Montalbano al bivio. Che si abbandona a lunghissimi soliloqui, scrivendosi persino delle lettere onde ottenere un punto di vista obiettivo per le sue riflessioni. Ed è, infine, un Montalbano che sente su di sé diverse spine di nostalgia. E ritorna. Vorrebbe ritornare indietro nel tempo. Alla gioventù al periodo in cui nulla era ancora macchiato dal sudiciume pantanoso del tradimento. Il tradimento che prima o poi contagia tutti. E così il campo del vasaio, del romanzo, assume il ruolo di silenzioso protagonista della storia. Di regista indiscusso che agendo sullo sfondo tira le file delle sorti dei personaggi.

E il corpo che emerge, invischiato nella creta, tagliato a pezzi. – trenta pezzi, come i trenta pezzi d’argento di Giuda – diventa causa scatenante dell’indagine, ma allo stesso tempo è la conseguenza del pantanoso miasma di tradimento che per tutto il campo aleggia. Ed i personaggi, come ombre senza anima, si muovo su un telo bianco senza poter mutare il proprio destino.

Dolores, “bedda fimmina”, che suscita i pensieri più peccaminosi anche nel mite commissario, sino all’epilogo imprevisto eppur banale. Mimì, il vice di Montalbano, che da amico fraterno diventa antagonista e quasi traditore. Lo stesso Montalbano che percependo tutti i giri di tramidenti che si dipanano attornop a sé decide di prendere in mano la situazione, pur sacrificandosi nel più assoluto anonimato, al fine di risolvere la matassa ingarbugliata e delicata. Si percepisce che l’unico accenno di dinamismo proviene proprio dal commissario. Ma è un dinamismo fittizio, forzato, diretta conseguenza del destino e degli eventi stessi, un dinamismo che potrebbe essere definito romantico e che si concretizza tutto nelle ultime, amare, considerazioni che il narratore offre in chiusura di romanzo e che altro non sono che riflessioni pure e semplici dello stesso commissario:

Po’, negli anni, si era fatto pirsuaso che non era mancu un dio dell’ultima fila, ma sulo il povero puparo di ‘na mischina opira di pupi. Un puparo che s’arrabattava a fari funzionari la rappresentazioni come meglio putiva a e sapiva. E per ogni rappresentazioni che arrinisciva a pur tari a termini, la faticata si faciva ogni volta cchiù grossa, ogni volta cchiù pisanti. Fino a quanno avrebbe potut9o reggiri?”.
Qui la stanchezza, la malinconia, la nostalgia del commissario sono evidenti. Anche la sua disillusione. Una disillusione per la vita. Che non ha cura. Che può essere lenita staccando la mente e mettendosi a
taliare il mari che, a Vigàta o Boccadasse, sempre mari è”.

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Valutazione 3 libri
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Tre Uomini in Barca (per tacere del cane)

# 0021

Una gita lungo il Tamigi

Tre uomini in barca (per tacere del cane) è un romanzo del 1889 di Jerome Klapka Jerome in cui umorismo inglese, satira e riflessione morale si fondono insieme, dando vita ad una dei racconti più divertenti e gradevoli degli ultimi tempi.

La storia è quella di tre amici, J. (l’autore ed io narrante della storia), Gorge ed Harris e del piccolo Fox Terrier Montmorency, che decidono di darsi e prendersi una vacanza di 15 giorni per risalire il Tamigi su una barca. E’ questo il semplicissimo contesto da cui si diparte la storia ricca di spunti comici e di spaccati di vita che la rendono terribilmente attuale.

Lo stile narrativo utilizzato da Jerome è assolutamente brillante. Veloce e pungente “tradisce” in pieno l’origine giornalistica dell’autore. Un romanzo breve, circa 170 pagine, in cui si concentrano però tutte le debolezze e le caratterizzazioni dei personaggi al punto che ognuno di essi, risulta perfettamente distinto e tratteggiato anche nei più reconditi atteggiamenti psicologici. Anche il cane, Montmorency, gode di una caratterizzazione psicologica tutta sua che lo rende, a buon diritto, il quarto componente di questo improvvisato equipaggio.

Le descrizioni dei paesaggi sono minuziose ed attendibili al punto che, alcune parti del racconto, sembrano quasi delle vere e proprie pagine di una guida turistica. Le indicazioni marinaresche sono precise e non troppo tecniche, ne consegue che anche in tali contesti il racconto non perde affatto di interesse mantenendo immutato il ritmo narrativo che conduce, allegramente, attraverso le pagine.

E, quindi, un romanzo da leggere. Tutto di un fiato. Sorridendo delle debolezze dell’uomo e godendo, in pieno, della frescura che sale – avvolgendo il lettore – dalle pagine del libro e lungo gli argini del Tamigi.

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Valutazione: 4 libri
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L'elenco telefonico di Atlantide

# 0009


Avoledo, sorpresa ed eleganza
“Avoledo! Chi era costui?”, parafrasando un famoso incipit di uno dei capitoli più interessanti di “I promessi sposi” – l’ottavo per dovere di cronaca –, chissà quanti si sono posti questa domanda. Io fra questi. Vedevo, nel lontano 2003, nelle librerie e nelle riviste di settore, l’ammiccare invadente di quella copertina metà gialla, metà azzurra, con quel titolo così arrogante e ambizioso e quel nome così sconosciuto, dai vaghi riflessi spagnoleggianti, il tutto scritto con quel carattere che sa d’antico, il Courier, che nel complesso tradisce una scelta grafica studiata nel dettaglio.

Cos’è mai “L’elenco telefonico di Atlantide”? Mi chiedevo.
Che sia un saggio pseudoscientifico, che – non è mai troppo tardi – dia ragione alle letture del profeta di Atlantide, Edgar Cayce…
Che sia una trovata pubblicitaria delle compagnie telefoniche, che so, un mezzo per globalizzare le linee…
Che sia, ancora, una diabolica trovata volta a riunire in un unico libro tutti gli utenti registrati alla chat C6…
Niente di tutto ciò, la risposta era sulla copertina stessa, discretamente celata e quasi fusa in quella felice scelta di colori, concretizzata in appena sette lettere: ROMANZO.
Parola di certo impegnativa, ma capace di solleticare e sollecitare, l’interesse di chi, abitualmente, divora i libri come generi di prima necessità.
Premessa d’obbligo, a mo di scusa, per giustificare – qualora ve ne fosse bisogno – il desiderio di possedere una copia di quel romanzo, che ormai stava diventando un ossessione.
525 pagine, divise in 31 capitoli più una coda. Già da questi pochi numeri si intuisce un progetto narrativo abbastanza impegnativo. Ogni capitolo è contraddistinto da una citazione, da quelle comiche a quelle più filosofiche o religiose.
Tra queste pagine si snoda la storia.
La storia di Giulio Rovedo, che palesemente mostra di essere una sorta di alterego dell’autore, e non solo per l’assonanza dei nomi. Così come l’autore anche Rovedo è avvocato e lavora come legale in una banca. Una banca del Nord-Est, il ricco Nord-Est Italiano.

La storia inizia con Rovedo alle prese con i soliti guai dell’esistenza umana: il rischio di un trasferimento improvviso a seguito di una fusione societaria, problemi di coppia con la moglie, il figlio di salute cagionevole, un amico che sta morendo – lentamente – di AIDS, beghe condominiali con un vicino chiassoso e alquanto strano. A ciò si aggiunge, ben presto, un altro fatto, di per sé insignificante: un Hacker mette in atto un tentativo, molto strano, per ricattare la banca in cui è legale Rovedo, registrando un dominio on line con la sigla della banca e diffondendo, dapprima notizie diffamanti sulla banca stessa ed in seguito riempiendo il sito di immagini Hard di tutte le specie. Toccherà a Giulio, su incarico dei suoi superiori di colpo ostili e misteriosi, cercare un contatto diretto con il ricattatore che, per altro, non fa mistero del fatto che è con Giulio che vuole trattare.
Dall’incontro con l’Hacker, il buffo Maurilio Calzavara, la vita di Giulio Rovedo, legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave (detta CCCTP), muta drasticamente.
Di colpo Giulio viene proiettato in un ginepraio di situazioni al limite della credibilità e piene zeppe di personaggi ambigui e tremendamente convinti di ciò che professano.
Il professor Libonati, l’uomo del treno, che racconta a Giulio una storia inverosimile di dei e demoni egizi, dell’Arca dell’Alleanza e del Santo Graal, di Nazisti e di Ebrei.
Cecilia Mazzi, funzionaria di Bancalleanza, la società che sta procedendo all’incorporamento della CCCTP, donna minuta ma assatanata, di cosa? Bhé, basta cercare una parola che faccia rima con il suo cognome (e di questa piccola divagazione, nella lettura del libro capirete perché).
Amon Gottman, pallido e slavato, quanto cinico e spietato, alto funzionario di Bancalleanza, che porta il nome di uno dei più potenti dei della cosmogonia egizia.

E ancora, l’acqua del condominio Nobile, dove abita Giulio, che di colpo pare faccia guarire dai mali, i pellegrinaggi della gente per riempire bottiglie d’acqua e gli ex-voto per chiedere una grazia, i politici in cerca di consensi, i condomini che cercano di sfruttare l’evento economicamente… uno spaccato d’Italia, dunque, valido ovunque senza particolari collocazioni geografiche.
Queste sono le basi della storia, che non è il caso di approfondire ulteriormente per non togliere il gusto di leggerla e di vederla dipanarsi pagina dopo pagina.
Non è un luogo comune o un eccesso d’enfasi nei confronti della storia, aver utilizzato il termine “vederla”, è semplicemente un modo esplicito per porre l’accento su una delle migliori qualità espresse da Avoledo nella composizione di questo suo romanzo. In effetti scorrendo le pagine, non è affatto difficile vedere le scene prodursi innanzi agli occhi e questo, stranamente, senza che l’autore si abbandoni in descrizioni minuziose e particolareggiate. Avoledo mostra di avere la dote, rara negli scrittori di grido non solo italiani, di saper focalizzare il racconto su alcuni particolari essenziali e lasciare il resto ad uso e consumo del lettore. È proprio questo, in fin dei conti, ciò che consente al racconto di mostrarsi ai nostri occhi come un collage di scene, montate dall’abile mano dell’autore, che ne diviene quindi anche regista.
Altra notazione di sicuro merito che va fatta al novello romanziere, è quella di aver saputo coniugare ironia, suspense ed eleganza narrativa senza mai scendere a compromessi con nessuno di questi aspetti.

Sarebbe stato facile, infatti, per l’autore, abbondare in situazioni ironiche e divertenti potendo avere dalla sua l’attenuante dell’opera prima.
O ancora avrebbe potuto attingere a piene mani dal genere, per adesso imperante, “thriller” inserendosi nella già affollata schiera di autori a ciò dediti.
E invece ha scelto l'eleganza. L’eleganza di una scrittura pulita, agile e mai doma. L’eleganza di autore capace, eppure umile, delle parole ricercate che, tuttavia, non stonano affatto nel contesto in cui sono inserite.
L’eleganza di uno stile capace di condurre per mano attraverso le 525 pagine, di far arrivare alla fine del capitolo 31, contenti di come si sia risolto il tutto; capace di osare a spingere il lettore fino alla “coda” del libro. Coda in cui, l’eleganza presenta un altro importante elemento che, probabilmente sarà una costante delle storie di questo autore, la sorpresa.
Sorpresa fine, sottile e tagliente. Come i telefilm di qualche anno fa “Il brivido dell’imprevisto”. Una sorpresa che arricchisce l’intero racconto, lo rende romantico, dolce, e palesa – nell’autore – una sensibilità di scrittore che può far ben sperare riguardo le produzioni future.
(recensione originale, dell'autore del presente sito, del 13.11.2003)

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Valutazione: 5 libri
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Scheda Libro
Editore Sironi
Anno 2002
Collana Questo ed altri mondi
Rilegatura rigida con sovraccoperta
Pagine: 525
ISBN: 978-88-518-0012-3
Prezzo di copertina: € 15,30 (al 04/04/2008)

Il Fantasma dell'Opera

# 0007

Un piccolo capolavoro
Il Fantasma dell’Opera è un romanzo di Gaston Leroux del 1911. E’ un romanzo singolare che, da subito, si impone al grande pubblico per la sua trama originalissima ed imitata nel tempo numerose volte. Il fantasma dell’Opera, è infatti il libro che vanta, non solo il più alto numero di imitazioni (più o meno riuscite) ma anche quello che può fregiarsi – probabilmente dopo il Dracula di Bram Stoker – del più alto numero di riduzioni cinematografiche. Sono, infatti, ben 9 ad oggi i tentativi di portare sul grande schermo il popolare romanzo di Leroux, fra tutte la più bella e la più fedele al testo originale resta quella del 1925 con uno straordinario Lord Chaney.

La storia narrata nel romanzo e, ovviamente, una storia d’amore. La storia d’amore di Erik (il fantasma dell’Opera) costretto a nascondere le sue orribili fattezze dietro una maschera che ne amplifica ancor di più il mistero, per Christine, la giovanissima e inesperta soprano del Teatro dell’Opera di Parigi, che è appunto il luogo in cui si dispana la storia intera. Non è il caso, per non rovinare il piacere della lettura di questo piccolo capolavoro, di svelare altri dettagli della trama.

È, invece, senza dubbio interessante mettere nella dovuta luce la sapienza narrativa di Leroux che riesce a miscelare perfettamente, con precisione certosina, diversi generi narrativi. Ed infatti nell’opera di Gaston Leroux è possibile scoregere i tipici elementi della commedia, dell’avventura, del poliziesco, del giallo e persino del grandguignol (genere di teatro drammatico, in voga nell’Ottocento in Francia, in cui dominavano elementi macabri e raccapriccianti). All’autore va senz’altro, inoltre, il merito di aver saputo raccontare con dovizia di particolari “Il Teatro dell’Opera di Parigi” dai piani alti agli infimi sotterranei, popolati dai più singolari e caratteristici personaggi, svelando inoltre dei segreti tecnici interessanti e curiosi che, se da un lato nulla conferiscono alla storia raccontata nel romanzo, dall’altro hanno l’indiscusso merito di farla apparire vera e reale.

La narrazione, come più sopra accennato, è una macchina perfetta che riesce a bilanciare, ancora una volta, sapientemente, anticipazioni e digressioni creando, tensione ed attesa con le une e conferendo spessore e veridicità al racconto con le altre. C’è stato chi ha proprio a tal proposito, paragonato il lavoro svolto da Leroux sulla carta a quello che il grande Hitchcock effettuava nelle sue pellicole (v. Il Fantasma dell’Opera, introduzione di Vieri Razzini, pag. 13, ed. Newton & Compton, 1996).

In definitiva “Il Fantasma dell’Opera” è un romanzo da leggere. Da leggere con la consapevolezza di andare incontro ad una narrazione fluida e scorrevole. Senza intoppi. Senza cali di tensioni. Senza pause. Una narrazione, ed una storia, che conquistano, intrigano e coinvolgono in un sottile gioco di luci ed ombre, che proiettano il lettore all’interno delle sale del Teatro dell’Opera di Parigi alla ricerca del mostro.

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Valutazione: 5 libri

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Brevi note biografiche sull’autore.

Gaston Keroux nasce a Parigi nel 1868. Laureatosi in legge ed avviato alla professione di avvocato, ben presto si dedico esclusivamente al giornalismo. Divenne, infatti, giornalista giudiziario e, durante la guerra, corrispondente di guerra del “Matin”. Nel nostro paese, oltre che conosciuto – ovviamente – per “Il Fantasma dell’Opera” è ben noto come autore di polizieschi su cui spiccano, per trama e stile, “Il Mistero della camera Gialla” del 1908 ed “Il Castello Nero” del 1916. Dopo una vita ricca di successi e soddisfazioni, gaston Leroux morì a Nizza il 15 aprile del 1927.

Scheda libro

Editore Newton & Compton
Anno 1911
Anno edizione 2006
Collana Biblioteca Economica Newton
Numero 118
Pagine 258
Rilegatura brossura
Prezzo € 5,00 (al 2006)
ISBN 88-8289-112-7

Il Cacciatore di Aquiloni

# 0004


Quando in cielo volavano solo gli aquiloni...

Il cacciatore di aquiloni è il primo romanzo di Khaled Hosseini, scrittore americano ma di chiare origini afgane. E di Afghanistan si parla in questo struggente romanzo, al punto che è stato definito come il “primo romanzo epico afgano”.
Il romanzo racconta la storia di Amir, un ragazzo afgano pashtun di Kabul l’io narrante della intera storia, e del suo senso di colpa per il suo amico, Hassan, figlio del suo servo hazara. Sullo sfondo di questo canovaccio, che costituisce, difatti, la trama principale, vengono ripercorse con dovizia di verità storica tutti gli eventi che hanno cambiato la storia dell’ Afghanistan, segnandone il declino:la caduta della monarchia, l'invasione russa, l'esodo di massa verso il Pakistan e il regime talebano.

I personaggi principali sono:

-Amir è il protagonista del romanzo, l’io narrante, che crede di essersi lasciato alle spalle una triste storia, ma quando meno se lo aspetta il passato torna per pareggiare i conti.
-Baba è il padre di Amir, uomo forte, che suscita in Amir una profonda ammirazione.
-Rahim Khan: il migliore amico di Baba e socio in affari. I due passano tanto tempo insieme a fumare tabacco ed a commentare gli eventi che stanno cambiano le loro vite e quella del loro paese.
-Hassan è l’amico di Amir, quello verso il quale Amir proverà un forte senso di colpa e per il quale deciderà di compiere delle scelte importanti.
-Assef, un amico di infanzia di Amir che inevitabilmente sarà l’ago della bilancia del destino di Amir e di Hassan.

Gli altri personaggi come Soraya, la moglie di Amir adulto, e Ali il padre di Hassan pur rivestendo nel romanzo una parte marginale, conferiscono al racconto spessore e realismo. Ciò è, senz’altro, anche merito della splendida tecnica narrativa utilizzata da Hosseini e, perché non riconoscerlo?, sapientemente evidenziata dalla eccellente traduzione che, nella edizione PIEMME, è di Isabella Vaj. Le pagine, 394, scorrono via una dopo l’altra, avvincendo il lettore in una morsa di emozione che in certe parti del racconto assume toni così drammatici, da essere in grado di colorare gli occhi di rosso.

Nessuna parte è pesante. Ogni parola è al posto giusto. I periodi sono brillantemente bilanciati. I ritmi narrativi seguono, abilmente, i ritmi delle scene raccontate e ciò unito, come detto alla tecnica narrativa dell’io narrante, conferisce a tutto il romanzo una carica amotiva talmente ampia che non sarà difficile, per il lettore, immedesimarsi con il protagonista, fino a condividerne i più intimi sentimenti. Un romanzo da leggere assolutamente. In fretta. Il più presto possibile. Per imparare a conoscere la storia di un paese dove un tempo il cielo era solcato solo da aquiloni e non da aerei da guerra.

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Scheda libro

Editore PIEMME
Pubblicazione novembre 2006
Collana Narrativa - Serie Varia
Rilegatura: brossura con sovraccoperta
Formato 15x23 cm

Pagine 416
Prezzo €22,00 (al 02/04/2008)
Traduzione Isabella Vaj
Brossura. Piemme 2004.
ISBN: 8838481725 / 88-384-8172-5
EAN: 9788838481727

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Valutazione: 5 libri

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Curiosità:
Nel 2007 è stato realizzato un omonimo adattamento cinematografico, diretto da Marc Forster e sceneggiato da David Benioff per la Dreamworks, di Spielberg.Uscirà il 28 marzo 2008.


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