Psycho

#0041

Un capolavoro del brivido
"Psycho" di Robert Bloch, primo romanzo di questo brillante autore, è un piccolo capolavoro del brivido. Piccolo solo perchè la storia si dipana in appena 150 pagine. Al giorno d'oggi in cui i thriller sembrano che vadano a peso, questo romanzo nella intensa brevità è capace di spaventare, far riflettere e coinvolgere, costringendo il lettore a non mollare la presa del libro fino alla parola "fine".
La storia è quella di Mary Crane che, coglie un'occasione inaspettata e cerca di impossessarsi di una cospicua somma di denaro per aiutare il proprio amato a saldare un debito contratto e, quindi, sposarsi. Presi i soldi, inzia la fuga della giovane Mary che, però, sbagliando strada è costretta a fermarsi per passare la notte presso il Motel Bates, gestito da un tale, Norman Bates.
Durante la notte Mary viene uccisa, da una misteriosa vecchia, all'interno della doccia, in quella che poi - nella trasposizione cinematografica del romanzo ad opera di Alfred Hitchcock - diventerà una delle scene più famose della storia del cinema. Sparita così Mary inizia la ricerca da parte della sorella Lila, del fidanzato Sam e da parte del detective Arbogast. In un delirio di follia, colpi di scena, suspance e vera paura, Bloch accompagna il lettore, pagina dopo pagina verso il finale che, pur nella sua prevedibilità, risulta semplicemente grandioso ed indovinato per il modo diretto, preciso e senza giri di parole con cui è offerto.
Psycho è senza dubbio un ottimo romanzo. Ben costruito, ben raccontato. I dialoghi sono eccellenti, i personaggi definiti ma su tutti domina Norman Bates, personaggio simbolo, dettagliato in un modo così minuzioso da apparire reale e concreto.
Le ambientazioni sono ben descritte e molto ben azzeccate. Si percepisce, quasi, il tintinnio della pioggia, il ticcehttio dell'orologio, i sapori ed i profumi della piccola cittadina di provincia.
Lo stile narrativo, utilizzato da Bloch è più che perfetto, nessuna sbavatura. Il romanzo scorre fluido, diretto verso la conclusione, coinvolgendo il lettore in modo assoluto.
Un romanzo da leggere e da rileggere, indipendentemente se si è visto - o meno - il capolavoro di Hirchcock.
Ottimo esercizio di pura paura. Ottima storia. Grandi personaggi e soprattutto, tanta, tanta paura.
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Valutazione: 5 libri
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L'urlo di Mary Crane (Janet Leigh) sotto la doccia



Senza dirsi addio

#0040

Efficace thriller di scuola
"Senza dirsi Addio" è un ottimo thriller di Linwood Barclay. Una ragazza di quattordici anni, Cynthia, sgridata dai genitori per una "bravata"adolescienziale, va a letto urlando che vorrebbe vedrli morti. La mattina si sveglia e nessuno c'è in casa. Nessuno. Scomparsi nel nulla. Senza traccia e senza, ovviamente , dire addio. Dopo circa 25 anni, Cyn - che non si è mai rassegnata alla scomparsa dei propri cari (fratello Todd compreso) - partecipa a Deadline programma TV specializzato in simili casi. Ecco che iniziano strane cose. Un'auto sembra seguire Cyn e la figlia Grace. Poi un tizio sembra a Cyn la copia del fratello "come potrebbe essere invecchiato oggi" ed ancora il cappello del padre di Cyn appare misteriosamente in casa. Cosa sta accadendo? Cyn sembra sull'orlo della follia e quel che è peggio è che di ciò sembra essere convinto anche il marito.
Questa, a grandi linee, è la trama su cui si dipana il thriller di Barclay. Un thriller con tutte le carte in regola e la giusta dose di suspance per essere portato sul grande schermo. I personaggi sono tutti bene definiti e ciascuno ha la propria collocazione ed il proprio preciso modus agendi. La costruzione narrativa è scorrevole e precisa. Vagamente ridondante in alcuni passi, piacevole e fluida in altri. A volte, però, si ha come l'impressione che l'autore voglia per forza imbeccare il lettore. E ciò, sinceramente, può risultare anche fastidioso. La storia è quella che è. Probabilmente - viste le premesse - ci si poteva aspettare qualcosa di più, ma tutto sommato la soluzione ideata dall'autore è sconvolgentemente fattibile e vera. Semplicemente terribile nel suo rivelarsi al lettore che si aspetta qualcosa di più, ma che in definitiva accetta questo finale con tutta la crudeltà ed il senso di sgimento che lascia.
Un thriller efficace dunque. Preciso e ben costriuto. Certo non un capolavoro ma senza dubbio un romanzo che non dispiacerà affatto leggere.
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Valutazione: 3 libri
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Velocity

#0036


Il "Mestiere" di scrivere
"Velocity" è un romanzo di Dean Koontz del 2006. L'autore ha all'attivo oltre 50 tra romanzi e racconti ed anche in questo particolare lavoro, si conferma autore capace e dalla penna oltremodo feconda.
La storia è quella di un tranquillo barista, dall'oscuro passato, che uuna sera trova sul tergiscristallo dell'auto un inquietane messaggio: entro sei ore, se non farai intervenire la polizia ucciderò un'adorabile insegnante, se la coinvolgerai ucciderò un'anziana filantropa. Forse uno scherzo, un tiro mancino di un cliente o di un collega, ma che pensare quando l'indomani i giornali danno la notizia di una giovane insegnante massacrata di botte?
Inizia così la storia raccontata da Koontz che in susseguirsi di colpi di scena ed ultimatum sempre più stringenti, culmina nel finale per certi versi prevedibile, ma ugualmente appassionante.
La storia, si diceva, è piacevole. Incalzante. Veloce e scorrevole malgrado le oltre 400 pagine. Pagine in cui trovano posto non solo la strana gara tra Billy e l'assassino, ma anche il passato di Billy, oscuro e misterioso ed intriso di sangue. Il presente di Billy e della sua donna, che giace in coma in un letto di una clinica alle prese con un dottore, che miscela in sè cinismo ed umanità, e che consiglia a Billy di staccare le macchine. Tra queste pagine trovano posto altri personaggi alcuni vuoti, altri più incisivi, ma ognuno capace di riempire lo spazio entro il quale si muovono.
E qui, certamente, l'abilità dello scrittore emerge su tutto, confezionando una storia che riesce ad incollare il lettore alle pagine, malgrado a tratti possa sembrare banbale e scontata. Ciò che colpisce, inoltre, è che Koontz è ben consapevole del suo "mestiere" e lo dimostra infarcendo il romanzo di citazioni, metafore piuttosto articolate, riflessioni ed artifici narrativi che tradiscono, piacevolmente, le sue indiscusse capacità.
I personaggi, almeno quelli principali, sono ben caratterizzati. Su tutti ovviamente spicca Billy che diviene protagonista, autore e motore di tutto ilo racconto. Come se l'intero romanzo fosse un soliloqui di questo personaggio capace di strasbordare dai confini di carta delle pagine del libro, sino ad arrivare nel mondo reale. E' infatti un personaggio sin troppo reale, Billy. Con le sue deb9olezze, le sue forze, le sue convinzioni. Il suo passato, il suo presente, ed il suo futuro. Un personaggio che, suo malgrado, si trova coinvolto in una storia assurda in cui le ali della morte lo sfiorano troppe volte da vicino per essere solo un caso.
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Valutazione: 4 libri
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Titolo Velocity
Autore Koontz Dean R.
Dati 2006, 435 p., rilegato
Traduttore Caminiti A.
Editore Sperling & Kupfer (collana Narrativa)













Corpi senza volto

#0035


A metà strada tra thriller e romanzo rosa
Nel campo della così detta "letteratura d'importazione" c'è - ovviamente - spazio per tantissimi lavoro, ognuno dei quali viene abilmente collocato nel genere di appartenenza. tuttavia a tutto c'è un limite. Anche alla pazienza dei lettori. Francamente il romanzo "Corpi senza volto" , presentato dalla TEA con la suggestiva copertina che ritrae una serie di strumenti chirurgici così in tono con il titolo dello stesso, rappresenta una forte delusione per gli amanti del thriller in senso stretto. Già, "in senso stretto" perchè ormai le case editrici così avvezze ai fenomeni di oltreoceano importano e "spacciano" sul mercato qualunque accozzaglia di parole e segni di interpunzione, purché anche lontanamente possa evocare l'idea del thriller.
Fatta questa doverosa premessa, si può ben affermare che "Corpi senza volto" romanzo di Tess Gerritsen del 2003, è un noioso lungo racconto che partendo da premesse thriller/splatter sfocia nel romanzetto rosa per giunta per nulla avvicnente.
La storia è molto semplice (dalla quarta di copertina): Boston, pochi giorni a Natale. La città è imbiancata dalla neve, serrata dal gelo in attesa delle festività. Ma la morte non ha rispetto per luoghi sacri o ricorrenze: Maura Isles, patologa della polizia metropolitana soprannominata la Regina dei Morti, viene convocata dal detective Jane Rizzoli a ora tarda, nella cappella del convento di Nostra Signora della Divina Luce. A terra giacciono due corpi massacrati: la novizia Camille e suor Ursula, più anziana e con un passato nelle missioni del Terzo mondo. Per la giovane non c’è nulla da fare, ma sorella Ursula viene trasportata d’urgenza in ospedale. Forse, se riprende conoscenza, potrà fornire qualche indizio....
Dopo questo inizio di tutto rispetto ed eccezion fatta per alcune pagine, davvero brillanti, in cui viene descritta l'esecuzione di alcune autopsie, il romanzo sfocia nel nulla ssoluto soffermandosi oltre ogni umano limite sulle fobie sessuali di una patologa legale che a tutti costi viene presentata dalla'autrice quasi come una ninfomane; sui problemi personali e familiari della detective, sui rapporti più o meni limpidi con il padre di una giovane novizia: tutti elementi che non hanno nulla a che vedere con la storia principale, quella - per intendersi - che giustificherebbe l'appellativo di thriller a questo strano romanzo.
In realtà la sensazione che si ha è quella che la vera storia narrata sia la condizione esistenziali di cinque donne:
-Suor Ursula, massacrata nella capella del proprio convento;
-la giovane novizia Camille, anch'essa massacrata ma forse anche custode di un segreto orribile che ha minato la sua esistenza;
- Jane Rizzoli, la ferrosa detective tutta d'un pezzo capace però di assumere decisioni che mostrano, infine, un animo sensibile e mettono in luce la "donna" che è in lei;
- Maura Isles, medico legale, la regina dei morti, che incarna il contrasto tra la morte e la vita rappresentata dal più sfrenato sesso che aleggia più o meno velatamente nella mente della donna, arrivando sin quasi ad immaginarsi un rapporto sessuale con il prete del convento;
-la donna senza volto (l'unica che sembrerebbe giustificare l'altimenti inspiegabile titolo), dimenticata, senza nome, senza mani, senza un'identità, una donna che potrebbe essere tutte le donne e nessuna al tempo stesso. Una donna che simboleggia la fragilità ma anche la forza che le donne sanno di possedere.
Ecco, visto in quest'ottica, prendendo come riferimento queste cinque donne, le loro storie, i loro caratteri e la loro evoluzione all'interno del romanzo, il giudizio su questo lavoro potrebbe certamente migliorare. Infatti dal punto di vista, non thriller, il romanzo è anche piacevole scorre via più meno velcocemente, complice una scrittura agile e non troppo ampollosa, anche se in alcuni passi alcuni termini troppo specifici finiscono per appesantirne i passaggi.
In sintesi la lettura di questo romanzo può risultare piacevole solo se si tiene in mente che non si tratta di un thriller convenzionale. In qeusto caso - e l'annacquato finale lo dimostra - la vera storia non è l'indagine, l'assassinio e quant'altro, ma solo la storia delle donne le quali colpevoli o innocenti che siano, si innalzano dall'intrigo stesso divenendo centro del racconto, ciascuna con la propria storia.
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Valutazione: 1 libro (come thriller, ma come romanzo in astratto considerato, la valuatzione sarebbe 3 libro)
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L'Attore

#0031


Ottime premesse ma...
"L'Attore" è un thriller di Richard Montanari del 2006 edito in Italia due anni dopo. La trama è avvincente e inusuale: un killer, palesemente psicopatico, commette omicidi ispirandosi a scene celebri di film e riprendendo i suoi assassini con la videocamera, monta la truce sequenza al posto di quella originale in videocassette che poi lascia presso centri di noleggio video. Dopo il primo omicidio che si ispira alla celebre scena della doccia di Psycho inizia una lunga catena di delitti tutti ispirati a diversi film in cui, però, l'unica star, l'unico protagonista è il misterioso attore. Del caso si occupano la detective Jessica Bolzano ed il detective Kevin Byrne del dipartimento di polizia di Philadelphia. In un susseguirsi di omicidi, storie personali che si intrecciano con l'indagine i due detective dovranno intraprendere una discesa nei lati più oscuri e truci della città americana ed affrontare un mondo in cui il corpo umano è strumento di piacere e corruzione, un mondo dove affonda le sue radici tutto l'odio ed il risentimento dell'attore.
Questa - a grandi linee - è la trama del romanzo che scorre via pagina dopo pagina avvincendo nella lettura ma anche lasciando perplessi in alcuni passaggi in cui l'autore si dilunga troppo nelle descrizioni del funzionamento del dipartimento di polizia di Philadelphia. E' un romanzo che in ogni caso, non lo si deve dimenticare, l'autore dedica proprio agli uomini e alle donne di questo dipartimento di polizia, ciò - quindi - giustifica certamente le minuziose descrizioni che Montanari fa delle personalità e dei modi di fare e di agire dei personaggi. La lettura, però, come si diceva scorre rapida grazie anche al linguaggio diretto ed immediato utilizzato dall'autore. I dialoghi sono piacevoli e diretti e, manco a dirlo, sembrano scritti apposta per un copione di film. A proposito di film sono tanti e numerosi i film che vengono citati all'interno del libro di alcuni, addirittura, vengono svelati segreti e aneddoti che fa sempre piacere leggere. La soluzione dell'enigma, invece, sembra un tantino affrettata, certo il colpo di scena non manca ma, sembra, che sia un colpo di scena pensato e voluto dall'autore per dare la romanzo un tocco di "thriller" in più ma che, a ben guardare, stride e non poco con la storia sino a quel punto raccontata.
In ogni caso "L'Attore" lungi dall'essere in romanzo che lascerà il segno o che resterà nell'immaginario dei lettori, ha il pregio di rappresentare un modo di scrittura agile escorrevole che parte da ottime premesse che tuttavia, nel corso del racconto, non vengono adeguatamente sviluppate ed approfondite. La trama, infatti, è certamente - come detto - inusuale, ma alla fine il canovaccio del thriller messo su da Montanari ricalca i topos dei romanzi americani del genere. Con tali premesse, invece, Montanari avrebbe potuto confezionare senza dubbio un thriller diverso, magari fuori dagli schemi commerciali, ma che certamente avrebbe rsistito un po' più a lungo nella mente dei lettori.
Da leggere certamente, anche per scendere all'interno di un inferno che potrebbe essere anche dietro la porta di casa e non solo nei biu meandri di Philadlphia.
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Valutazione: 3 libri
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Rovine

# 0030


Un Capolavoro di Suspance
Rovine di Scott Smith è un romanzo del 2006. E' un thriller eccellente. Ricco di spunti. Invenzioni. Trovate. Claustrofobico. Inquietante.
Due coppie d'amici, Jeff ed Amy e Stacy ed Eric, sono in Messico per trascorrere due settimane di vacanze. Il ritmo della vacanza è scandito dal mare, dai pranzi e dalle passeggiate. Tutto tranquillo, anche troppo. Così, il gruppo, dopo aver conosciuto un tedesco, Mathias, non esita ad accompagnare questi in un'escursione all'interno della giungla, per cercare il fratello di Mathias partito per una campagna di scavi archeologici. Alle coppie di amici, oltre a Mathias, si unirà anche Pablo, un greco conosciuto sulle spiagge messicane che si trovava lì per vacanza insieme ad altri due amici, che però avrebbero raggiunto il gruppo nella giungla - forse -qualche giorno dopo.
Arrivati, dopo un viaggio ricco di sorprese e forse presentimenti, alla loro meta vengo accolti da una villaggio Maya, abitato da una popolazione ostile e disposta a tutto pur di nascondere un terrificante segreto. Qual è il terribile segreto? I giovani e sprovveduti escursionisti lo scopriranno troppo tardi sulla loro pelle.
Ovviamente la superiore trama è solo una traccia volutamente generica per non rovinare il piacere della lettura di un romanzo ben scritto, ben costruito, perfettamente in grado di mettere paura.
Lo stile narrativo utilizzato da Scott Smith, infatti, è tale che riesce a conquistare subito sin dalle prime pagine. La lettura è agevole e malgrado il libro è tutto scritto senza alcuna divisione in paragrafi o parti, le pagina scorrono via piacevolmente. Anzi si ha - più volte - l'impressione che sia davvero un peccato dover chiudere il libro. I personaggi principali sono quelli, in definitiva, attorno ai quali scorre l'intera vicenda:
- Jeff, un po' l'eroe del gruppo dal carattere forte e deciso, in grado di prendere le decisioni anche più impopolari;
- Amy, la ragazza di Jeff, dal carattere lamentoso ma remissivo;
- Stacy, amica per la pelle di Amy, ragazza molto disibinita e poco riflessiva;
- Eric, il buon tempone del gruppo, il ragazzo di Stacy, carattere gioviale e poco incline alle decisioni critiche;
- Mathias, il tedesco, chiuso, introverso, a volte assente, una sorta di alter ego di Jeff;
- Pablo, il greco, il cui vero nome verrà scoperto nelle ultime pagine del libro. Arrivato in Messico insieme a due amici, decisero di cambiare i loro nomi in qualcosa di più esotico e adatto ai luoghi;
- Juan e Don Quijote gli altri due amici di Pablo, per molte pagine del libro anche se assenti saranno più volte presenti quasi a creare anzi ad amplificare la già esistente, combinazione di isolamento e paura.
Ogni personaggio (almeno quelli che agiscono attivamente nel racconto) è dotato di un personale profilo psicologico che lo rende diverso dagli altri e lo umanizza al punto da renderlo quasi una persona reale. Le descrizioni degli stati d'animo sono semplicemente perfette.
Allo stesso modo ben riuscite sono le descrizioni di tutte le situazioni del romanzo. Il pathos è sapientemente dosato. Le parole sono dosate senza cercare facili impressioni o banali sensazionalismi. Il tutto è perfettamente bilanciato come se fosse la vita "vera" ad essere raccontata, e così la sensazione di soffocamento, come di spire che si avvolgono attorno chi legge (e qui chi leggerà il libro capirà), diventa talmente insopportabile da far - benevolmente ma non troppo - maledire il momento in cui si è iniziata la lettura del romanzo: la lenta discesa all'inferno. E' infatti una lunga, lenta, dissanguante discesa all'inferno. L'inferno della ragione o della negazione della ragione stessa. L'inferno della follia e della lucidità. L'inferno dell'esserci o del non esserci. E così nel più puro e classico topos tipicamente orrorifico, lo scenario in cui si svolge la storia, in questo caso la collina, diventa il non luogo per eccellenza. Il luogo in cui tutto può accadere. Dove tutto ha voce. Il passato, il presente ed il futuro si fondono assieme in un mixer che fa esplodere le vene dei polsi e i fiotti rossi del sangue, si mischiano e confondono coi fiori rossi della vegetazione. E la pioggia puntuale e drammatica, diventa pianto. Pianto disperato. Il tuono diviene urlo. E tutto assume un significato diverso, traslato. Un significato di puro orrore. Un significato che segna il passo alla disperazione, si chiude in sè stesso, si avvolge come un serpente ed è finito. Solo silenzio e buio. Ma solo un attimo, poi tutto ricomincia e quello che è stato è solo ricordo.
Un libro da leggere assolutamente. Da leggere e rileggere. Da assaporare lentamente. Pagina dopo pagina. Goccia dopo goccia. Un libro da vivere, ma soprattutto un libro a cui sopravvivere.
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Valutazione: 5 libri
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Incubo

#0027
Un incubo che fa sbadigliare
Il nome di Wes Craven è ormai indissolubilmente legato a cult cinematografici come "Scream" e "Nightmare", quindi vedendo un bel libbriccino nero con titolo rosso, INCUBO, legato al nome del famoso regista non ho saputo resistere dal comprarlo ed iniziarne subito la lettura.
Il primo tentativo di lettura, tuttavia, probabilmente per via del peridoo piuttosto intenso di lavori si è bruscamente interrotto a pag. 61. Successivamente - non essendo mia abitudine - quella di lasciare i libri in sospeso ho ripreso la lettura del libro iniziando dal principio.
Anche questa volta, però, la lettura procedeva stanca e senza voglia. Come se ci fosse parecchia carne al fuoco, ma poco fuoco per cuocerla. Infatti, da un inizio in cui sembrava che tanti elementi si stavano facendo strada per culminare verso una storia complessa e interessante, si arriva ad una trama prevedile e piuttosto scontata in cui le uniche vere cose interessanti sono solo accennate e per nulla approfondite.
La storia riguarda alcuni esperimenti condotti presso basi USA. Esperimenti su armi micidiali ed altri esperimenti genetici che via via diverranno la parte centrale del romanzo.
Tra i personaggi vanno menzionati il protagonista Peter Jance, la moglie di lui e l'antagonista di Peter, il Dott. Freddy Wolfe. Attorno questi personaggi, a cui si aggiungono altri stereotipi tipici della letteratura americana del settore (fra tutti Henderson funzionario del Governo con poco cervello e molta cattiveria), si dispana l'intera storia, senza scossoni o i necessari colpi di scena.
Sinceramente è legittimo aspettarsi di più da un autore che ha creato film mitici come quelli menzionati in apertura. tuttavia a questo romanzo manca il decollo. Tutto resta solo accennato. Tutto è fin troppo banale. Scontato. Tremendamente poco interessante.
Fra tutti, è forse l'unico libro che non vale davero la pena di leggere.
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Valutazione: 1 libro
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Logo Land

#oo24


Logo Land è un interessantissimo romanzo di Max Barry, che narra di un futuro (ipoteticamente non molto lontano) in cui le grandi multianazionali - la Nike su tutte - non esitano a conquistarsi il mercato dei clienti anche a costo di compiere azioni impensabili. E' molto singolare il fatto che nel romanzo ci sono solo i nomi dei personaggi, mentre i loro cognomi sono rappresentati dalla azienda in cui lavorano. Quasi a creare una sorta di assoluta assimilazione tra il lavoro, la vita dell'uomo e l'esistenza stessa. E difatti in un mondo dominato dal capitalismo, in cui i territori degli Stati Uniti d'America si sono estesi a tal punto da ricomprendere anche la Russia, solo chi lavora esiste, ed ha un cognome, chi non lavora non solo sta ai margini della società ma è come se nemmeno esistesse.
Tra i personaggi più particolari del romanzo, spiccano senza dubbio Jennifer Government (agente del governo) che indaga su alcuni omicidi avvenuti in un centro commerciale a clienti che avevano appena acquistato un paio di scarpe Nike; Hank Nike, personaggio che suo malgrado si trova coinvolto n qualcosa di molto grande e subisce - tuttavia - una trasformazione caratteriale che lo porta a schierarsi contro lo strapotere dei forti; John Nike, potente capo dell'omonima azienda, personaggio oscuro e pericoloso che sembra legato a doppia mandata con l'agente Jennifer; Buy Mitsui, un po' l'antitesi di Hank Nike ma che anch'egli riesce a forgiare il suo carattere secondo gli eventi; Billy NRA, un uomo che voleva solo sciare e che invece...
Lo stile narrativo è agile e veloce, il romanzo scorre via piacevolmente per tutte le 320 pagine. La storia coinvolge, cattura e fa pensare. Nulla di troppo impegnativo, comunque.
Consigliato a chi vuole una lettura piacevole, divertente ed interessante.

Da questo libro è stato tratto un popolarissimo gioco di ruolo chiamato NationStates, in cui si crea una propria nazione e la si governa scegliendo una linea politica.
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Valutazione: 3 libri
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Esperimento

# 0014

Esperimento mal riuscito
Me lo avevano indicato, l'autore, come uno dei più quotati scrittori di medical-thriller. Mi avevano assicurato che leggere un suo libro era un'esperienza piacevole. Forse ho sbgliato a scegliere io il libro da cui iniziare. La copertina lucida con quei chiari motivi acquatici e la figuara dell'uomo in provetta mi avevano attirato lasciandomi immaginare i contenuti di quel romanzo che sembrava voler promettere bene.

Il tutto inizia con la scoperta di una misteriosa montagna sottomarina a ovest delle Isole Azzorre: Per sfruttare la scoperta e condurre innovativi studi la Benthic Marine - compagnia oceanografica - decide di procedere a delle trivellazioni sui costoni della montagna. A seguito, poi, di una perlustrazione con un piccolo sottomarino - l'Oceanus - questo perde i contatti con la nave di superficie, così come sembrano sparire i due sommozzatori che dovevano stabilire un contatto con il sottomarino. E' l'inizio di una nuova ambientazione del romanzo in cui i cinque protagonisti, Donald, Perry, Suzanne, Michael e Richard, intraprenderanno un viaggio al centro della Terra.
Le premesse perchè la storia risulta affascinante ed avvincente ci sono tutte. Tuttavia Cook fa di tutto per cercare di riuscire, al lettore, stucchevole e noioso. I personaggi sono caratterazzita più come maschere che come vere e proprie persone.
La ritrosia e le paure di Perry hanno un'aspetto così statico ed innaturale, così come l'elettrizzante entusiasmo di Suzanne, che pare non si accorga o non si volglia accorgere di quanto l'altro - Perry - sia scocciato e risentito.
Anche l'eccessivo militarismo di Donald appare esagerato e gretto.
Così come tremendamente fastidiose e oltremodo scoccianti sono le descrizioni che Cook fa dei due sommozzatori Michael e Richard. Orbene questi due figuri sono tratteggiati così volutamente rudi da sembrare animali selvaggi a cui a forza vuole imporsi un minimo di civiltà. Ma ci si accorge subito, leggendo, che con tutta la buona volontà e tutte le attenuanti che all'autore si vogliono riconoscere, non può essere verosimile il comportamento di questi due figuri, così odiosi, pasticiconi, capaci di azioni orrende e senza un briciolo di apparente intelligenza.
Si avverte, in questi passaggi, un netto fastidio quasi che si cerchi di finire la lettura al più presto possibile. Tutto ciò, alla fine, si riflette in tutto lo stile narrativo utilizzato da Cook, almeno in questo romanzo, stile che appare noioso, anche se in certi tratti si avverta una sorta di agilità. Stile che appesantisce i dialoghi che appaiono scontati, seccanti, offensivi.
Cook fa di tutto per dare autorità a ciò che scrive, imbottendo alcuni passi di nozioni scientifiche, riferimenti letterai, riferimenti storici che comunque restano solo per un istante alla mente del lettore, poi evaporano inevitabilmente asciugati dalla secchezza dell'intero impianto narrativo.

Il romanzo, e la storia che stancamente lo trascina, si dipana svogliato per pagine e pagine.
Poi avviene la svolta.
Una svolta che da solo accennata che era, diviene reale e concreta. I personaggi si calano ognuno nel proprio consono ruolo, tutti tranne Suzanne che resterà "vittima" di un mutamento caratteriale che non sembrava minimamente potesse accadere.
Il tradimento, la delazione, il sacrifico di innocenti, vengono giustificati dal punto di vista, certamente, sbagliato. Come se i valori fossero capovolti, come se l'autore cercasse in ogni modo una via d'uscita a questa "brutta" storia.
Alla fine del romanzo, dopo lo scontato finale che non sortisce affatto l'efetto sorpresa che avrebbe voluto l'autore, resta un ulteriore dubbio.
Il titolo. "Esperimento", in tutta sincerità - forse mi sarò perso qualcosa - non riesco a capire cosa ci azzecchi questo titolo con la storia narrata.
Non vi è traccia alcuna di esperimenti, non vi sono riferimenti ai punti di forza di un medical thriller che si rispetti (eccezion fatta per qualche streptococco nominato qua e là), nulla di nulla che possa in una certa misura legittimare l'uso di simile titolo, a meno che...
A meno che l'autore non abbia voluto con tal titolo definire quello che per lui era una nuova prova, una nuova sfida. Abbandonare cioè i topos tipici del medical-trhiller per approdare verso argomenti diversi.
Sperimentare quindi un nuovo modo di raccontare.
Un Esperimento dell'autore in un campo di solito battuto da altri. Se così fosse, allora, potremmo di certo affermare che si tratta di un esperimento mal condotto e altrattanto mal riuscito.
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Valutazione: 2 libri
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Scheda Libro

Titolo Esperimento
Autore Robin Cook
Anno pubbl. 2001
Editore Sperling & Kupfer
Collana Narrativa
Numero --
Anno 2003
Rilegatura Rigida con sovraccpoerta
Formato 14 x 22
Pagine 400
Traduttore Linda De Angelis
Prezzo €. 8,50
Reperibilità Remainders
ISBN 882003445

Ballo Finito

# 0013


Senza Appello
Ballo Finito è, si fa fatica a dirlo e definirlo tale, un romanzo di Robert Ferrigno, autore americano di dubbie capacità. Poco noto o meglio del tutto sconosciuto nel nostro paese. E meno male. Il romanzo, purtroppo si diceva viene indicato con tale nome dalla emerita Mondatori, è del 1995. Si tratta di un thriller? Di un poliziesco? Di un semplice esercizio narrativo? Non si sa. Non lo si sa perché dalle premesse e dal timido inizio, sembra si sia innanzi ad un Thriller o comunque un poliziesco di discreta fattura. Poi, perseverando nella lettura, la tensione – ove ce ne sia mai stata – sparisce. Tutto diventa banale, prevedibile. Stucchevole.

La storia narra dell’indagine condotta da un tale Quinn, figliastro di un giudice ucciso da due loschi individui, non si comprende bene perché. Quinn è un giornalista. Un giornalista di un giornale scandalistico che, grazie a tale sua professione, riesce ad ottenere informazioni più rapidamente della polizia. La polizia, del resto, è palesemente su una falsa pista ed all’impavido Quinn non resta che indagare da solo.

Questo è tutto. Veramente tutto. Il resto è noia, come direbbe Califano. Noia, noia, noia, Mortale, aggiungerei. Nessun colpo di scena. Nessuno scossone. Il presunto ideatore di tutto l’intrigo viene spudoratamente evidenziato sin dalle prime pagine. Precisamente già a pagina 69, l’autore punta l’indice contro questo personaggio. Ma come se non bastasse, e poiché il buon Ferrigno non deve avere una gran stima dei suoi pochi lettori, a totale scanso di equivoci sull’identità del reale mandante degli omicidi, già perché dopo il giudice altre morti si susseguono, Quinn mette in campo un sesto senso degno di Nostradamus, affermando a più riprese – senza il benché minimo straccio di prova – che Fontayne (nel frattempo si scopre che questo è il nome del personaggio) è certamente coinvolto nel mistero. Da sbadigli. Non me ne vogliano i lettori se ho svelato, forse, qualcosa in più della trama del libro – in controtendenza a quella che è l’indole delle recensioni presenti su queste pagine – ma, mi si creda, nulla di più ho detto di ciò che il lettore possa apprendere da solo, sin dalle prime pagine, se ha l’apprezzabile coraggio di accingersi alla lettura della fatica di Ferrigno.

Gli altri personaggi sono tutti stereotipi tipizzati della più tipica letteratura americana di settore. C’è Jen la giovane fotografa tutta carriera e sensualità che ha una storia con Quinn che però è legato ancora alla precedente famiglia e soprattutto alla figlioletta. Ci sono Hugo e Rick i due killer. L’uno freddo e pare senza sentimenti, l’altro esaltato e tremendamente folle con una passione inusitata per l’aspetto esteriore. L’uno il contrario dell’altro, due contrari che insieme anziché amplificarsi si annullano in un festival di sbadigli e prevedibilità. C’è Joe, ex ballerino, ex carcerato, piacione ma invalido. Costretto su una sedia a rotelle. Dapprima sembra che tutto vada contro di lui. Persino Quinn che per quest’uomo – amico di infanzia del patrigno – nutre una venerazione particolare al punto di desideralro come padre vero, lo sospetta delle strane morti. Ma è solo per poco. Pochissimo. Nemmeno il tempo di metabolizzare l’idea malsana. Che poi arriva Fontayne, avvocato di successo che dietro un comportamento irreprensibile in società nasconde chissà quali turpi segreti e colpe. Già quali? Viene da chiedersi quali, infatti, dopo circa 278 pagine di noia mortale, ci si aspetta che tutto si chiarifichi. Che ogni tassello vada al suo posto. E invece nulla. Arriva la fine. L’epilogo, raffazzonato in fretta ed in furia da un autore palesemente a corto di idee e di tempo. Un epilogo che nulla svela. Solo un timido accenno alla possibile causa scatenante dei delitti e della vendetta (già perché pare che di vendetta si tratti): la gelosia. La gelosia di un marito nei confronti della propria moglie, colpevole solo, forse, di aver ben ballato con un uomo che sapeva danzare. Non ballare in senso figurato, o per dire altro, per alludere ad altro, ma ballato. Ballare sul vero senso della parola! E qui si apre un’altra piaga del libro. Il titolo. Dopo averlo letto, se ne avrete la voglia, vi chiederete ma cosa c’azzecca il ballo? Io me lo sono chiesto. E mi ero risposto dando la colpa alla traduzione, all’editing italiano. Vero. Ma sino ad un certo punto. Ed infatti, il titolo americano del libro è “Dead Man’s Dance”, più o meno la Danza dell’uomo morto. Ma mi chiedo, ancora una volta cosa c’azzecca? Le uniche cose che, nel romanzo, hanno a che fare con la danza sono il saggio della piccola katie, figlia di Quinn di otto anni, ed il passato di Joe. Il passato di Joe, del resto ha a che fare con la soluzione del mistero, ma proprio la danza, in quanto tale, non sembra averci molta attinenza. Forse l’autore con tale titolo voleva semplicemente alludere alla situazione di chi sta per morire, di chi ha la consapevolezza che verrà ucciso e sembra danzare tra le parole, gli sguardi, le allusioni ed i ricordi, in un ultimo tentativo di vedersi salva la vita.

Tuttavia, se così fosse, non si spiegherebbe le righe di presentazione che la Mondadori scrive nella pessima edizione di questo romanzo, edito in italia nel 1995 ed ormai reperibile solo tra i Remainders. Si legge testualmente sulla copertina del libro: “A vederlo ballare sembrava perfetto. Ma un meccanismo dentro di lui si era già inceppato”. Sembrerebbe la presentazione di un serial killer che tra un passo di danza e l’altro soddisfa le sua frustrazioni uccidendo la gente. Ed infatti tale idea che mi ero fatta del contenuto del romanzo, mi ha spinto alla sua lettura. Aspettative del tutto disattese.

Tornado al racconto, i dialoghi sono pesanti. Includenti. Prevedibili, che è il difetto peggiore che possa avere un romanzo. I personaggi si è già detto sono statici. Ciascuno nel suo limbo e con la sua etichetta appiccicata addosso. Nessuno spessore psicologico. Nessuna “formidabile caratterizzazione” degli stessi, in barba a quanto – ancora una volta dichiarato nell’ultima di copertina dalla Mondadori.

A questo punto una riflessione è d’obbligo. Che motivo c’era di investire risorse economiche, non indifferenti, nella importazione e pubblicazioni di un simile lavoro che nulla aggiunge al già inflazionato panorama della letteratura polisco/thrille d’oltreoceano. Anzi simili esperienze risciano di far allontanare del tutto il lettore da simili contesti. Non sarebbe stato certamente più opportuno e proficuo, investire parte di quelle risorse nella scoperta di qualche talento nostrano? Chissà quanti giovani scrittori, abili e talentuosi, sognano la copertina del loro primo lavoro, ma devono vedere il loro sogno fermarsi innanzi alla tendenza degli editori a preferire produzioni straniere, che a loro dire, sono garanzie di migliore vendite.

In definitiva si sconsiglia vivamente la lettura di questo romanzo. Non emoziona. Non convince. Annoia. In una parola bocciato. Senza appello.

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Valutazione: 1 libro
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Scheda Libro

Titolo Ballo Finito
Autore Robert Ferrigno
Anno pubbl. 1995
Editore Mondadori
Collana I Blues
Numero --
Anno 1995
Rilegatura Brossura
Formato 13,2 x 21,5
Pagine 278
Traduttore Maria Teresa Marenco
Prezzo €. 6,20 (ad aprile 2008)
Reperibilità Solo Remainders
ISBN 8804406194


Il Cerchio di Sangue

# 0012


C'è sostanza, e nel tempo si vedrà
Un uomo, Nathan Fahl, si sveglia dal coma e si ritrova in un asettico ospedale norvegese. Non ricorda il suo nome. I suoi anni e la sua professione, ma da subito ha l’impressione di essere braccato, controllato e che qualcuno abbia la seria intenzione di farlo fuori.

Inizia così “Il cerchio di sangue”, thriller d’esordio del giovane ex palombaro ed ex modello francese, Jerome Delafosse. E come inizio non c’è male. Seguendo nella lettura emergono altri elementi, che ormai possono essere definiti “classici” nella letteratura (può usarsi questo termine?) thriller che, da qualche anno a questa parte, sta largheggiando con lavori più o meno validi. Tra questi, ulteriori, elementi non può non menzionarsi l’oscuro manoscritto che, nel “cerchio di sangue” è rappresentato dal c.d. manoscritto di Elias, un gentiluomo del XVII secolo che, pare si sia imbattuto in chissà quale religioso segreto.

Nathan, dopo una vorticosa fuga dall’ospedale, per sfuggire – e non solo ne l significato letterale del termine – al senso di oppressione e controllo che avvertiva fra quelle mura, apprende di essere stato lui a trovare il manoscritto e di averlo inviato ad un emerito professore che vive ed opera presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ed il mistero inizia nuovamente ad infittirsi. Tra narrazioni al presente ed in terza persona, e flash back, narrati in prima in persona che altro non sono che la decifrazione di pagine dell’oscuro manoscritto, si assiste ad una spira di violenza e mistero che sembra legare indissolubilmente i destini di Nathan e dell’autore del manoscritto. Destini di morte. Di mistero. Di tremendi segreti religiosi. In questo contesto, inoltre, Nathan inizia a ricordare sensazioni e situazioni che non lasciano ben sperare circa la sua reale identità.

Questo, in estrema sintesi, il contenuto essenziale del romanzo. Il resto lo si lascia al piacere della scoperta che, di norma, dovrebbe accompagnare ogni lettore.

Si è detto che “il cerchio di sangue” è un opera prima. E come tale è possibile, nonché doveroso e saggio, perdonarle alcune pecche che, un autore più affermato, avrebbe certamente evitato. Nulla da dire sullo stile narrativo che appare, sin dalle prime pagine , accattivante ed all’altezza dei contenuti che si pregia di raccontare. Tuttavia, la narrazione appare, certamente, poco credibile nella parte relativa alla decifrazione del manoscritto. Il linguaggio è troppo moderno. Lineare. Poco emotivo. Non lascia, affatto, intendere che si tratti di parole scritte almeno quattro secoli prima. Certo, sarà stato anche effetto (o colpa?) della traduzione, ma sinceramente quelle sono le parti peggiori del libro e, invece, dovrebbero essere quelle su cui, in definitiva l’attenzione del lettore dovrebbe essere maggiormente indirizzata.

La storia, come detto, è avvincente. Ma sino ad un certo punto. Parte bene, continua – sotto certi aspetti – meglio, ma ad un certo punto, entra in campo il segreto religioso. Quello che, in tutti i modi, deve essere tenuto nascosto, quello per cui si arriva ad uccidere, snaturando, pertanto, il credo della religione stessa. E così lo scenario si sposta nel deserto, in Africa. In Sudan. Presso un oscuro monastero, dove la storia tra picchi di stanchezza estrema, giunge alla sua conclusione.
Ci si chiede, quindi, se sia necessario che ormai, dopo l’amato – odiato “Codice da Vinci” tutti i thriller, devono per forza avere ad oggetto la religione. Un segreto mai svelabile. Una setta disposta a tutto pur di tenerlo nascosto?

La risposta dovrebbero essere No, non è necessario. Tuttavia, sull’onda dell’entusiasmo, e delle vendite, che tali argomenti producono, autori ed editori si alleano in un connubio devastante per il piacere di leggere, ponendo sul mercato opere, certamente valide, me che tutto sommato sembrano essere le une le copie delle altre. Il cerchio di sangue, sarebbe certamente stato un ottimo romanzo e sotto certi aspetti lo è. Ma non può non evidenziarsi che l’aspetto religioso è forzatamente amplificato. E ciò – è troppo evidente – al solo fine di creare quell’effetto “Codice” che tanto ha rivoluzionato il thriller. Delafosse, si è detto, è novello autore e pertanto gli si può perdonare questa pecca. Scrive bene. Molto bene. I dialoghi sono costruiti, quasi perfettamente. La psicologia dei personaggi è dettagliata. E reali e vere sono le tribolazioni dell’animo di Nathan che, subisce lòe sensazioni che gli provengono dalla sua mente, senza però sapersene spiegare il perché. Ben descritti sono i luoghi. I passi scientifici, sembrano accurati, anche se certe soluzioni appaiono oltremodo azzardate (su tutte, si veda Nathan dentro la cella frigo).
La traduzione italiana, curata da Giovanni Zucca, ha reso il testo scorrevole e certamente fedele all’originale.

In definitiva un buon romanzo, da leggere con la consapevolezza che si tratta di un’opera prima e che, pertanto, ha il gusto ed il sapore dei frutti non ancora maturi. C’è comunque sostanza in Delafosse, e con il tempo, magari al secondo tentativo o, al terzo, certamente verrà definitivamente fuori.

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Valutazione: 3 libri
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Scheda Libro
Editore: Sonzogno
Titolo: Il cerchio di sangue
Autore: Delafosse Jérôme
Collana: Romanzi
Data di Pubblicazione: 2007
Pagine: 394
Rilegatura Rigida con sovraccoperta
Traduttore: Zucca Giovanni
ISBN: 8845413780

La Fratellanza della sacra Sindone

# 0005


Molto fumo e poco arrosto

La fratellanza della Sacra Sindone è il primo romanzo della giornalista e commentatrice telesiva spagnola, Julia Navarro.

Preciso e puntuale nella ricerca storica, il romanzo racconta di un’indagine svolta da un nucleo speciale dei carabinieri – il Comando per la Tutela del Patrimonio Artistico – , su una serie di “strani” incidenti susseguitisi nel Duomo di Torino e che fanno intuire, al Capitano Valoni, leader del Comando, che potrebbero avere come obiettivo al sacra Sindone, custodita proprio nel duomo della città piemontese.

Dall’incidente e dal ritrovamento di un inquietante cadavere senza lingua si apre l’indagine che attraverso luoghi, secoli e misteri giungerà sino alla sua, forse inaspettata, conclusione.

Il taglio storico del romanzo è senza dubbio apprezzabile ed è certamente l’unico punto di forza di un racconto che, in definitiva, stenta effettivamente a decollare, eccezion fatta per le prime pagine.

Certamente non azzeccata è la soluzione adottata dalla scrittrice di infarcire il racconto con salti temporali di migliaia di anni. Andando avanti ed indietro nel tempo, attraverso i capitoli del libro, si finisce quasi con il perdere di vista la reale trama e si rischia di percepire, tra una pagina e l’altra, una sottile noia che non è mai indice di estrema qualità di ciò che si legge. I dialoghi, a volte, sono troppo prevedibili, i personaggi sembrano troppo statici, malgrado gli sforzi della scrittrice di fari apparire come dei veri e propri eroi. Un esempio su tutti è il personaggio di Sofia Galloni, dottoressa istruita e, a quanto pare, molto bella. Ebbene la scrittrice non perde occasione per coinvolgere questo personaggio nelle più assurde magre figure che finiscono quasi con identificare la stessa nelle stereotipo, tanto odiato dalle donne, “della bellezza che non ha testa”, salvo l’imprevedibile finale, che sembra voler dire tutto e nulla svela.

Non è, quindi, una lettura all’altezza di ciò che il titolo lascia immaginare. E’ certamente un romanzo figlio del filone, inaugurato da Dan Brown, del thriller storico che – sebbene storicamente ben inquadrato – non riesce a convincere più di tanto, essendo la storia troppo lenta, poco incline all’imprevedibile e nel complesso poco fluida. Sembrerebbe, quasi, che la scrittrice abbia avuto una buona idea, ma che poi non sia riuscita a metterla in pratica in maniera soddisfacente. E ciò lo si avverte proprio nel finale, ove si ha la netta impressione che la stessa non vede l’ora di scrivere la parola fine.

Nel complesso e, concludendo, è un romanzo che tutto sommato si fa leggere e certamente se avesse avuto un titolo meno d’impatto, le aspettative del lettori sarebbero rimaste, senz’altro, meno deluse.

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Scheda libro
Editore Mondadori
Anno 2006
Collana Oscar bestsellers
Numero 1647
Pagine 406
Formato 12,7 x 19,7
Legatura brossura
Prezzo € 8,80 (al 02/04/2008)
Traduzione Jole Da Rin
ISBN 8804559063
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Cartonato.
Mondadori 2005.

ISBN: 8804537094 / 88-04-53709-4
EAN: 9788804537090
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Valutazione: 3 libri

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